Bowie, the collector

di - 13 Gennaio 2016
«L’arte, sul serio, era l’unica cosa che avessi mai desiderato di possedere». Lo aveva detto più di quindici anni fa al New York Times, il leggendario David Bowie. Del quale ora, la vita, la morte e anche i miracoli, vengono sottoposti a un esame autoptico che forse mai, prima d’ora, era toccato a un cantante. Non è capitato alla troppo giovane Amy Winehouse, non era capitato alla povera Whitney Houston. Forse capiterà per Madonna, un’altra fuoriclasse – ma di ben altra risma – come il Duca Bianco di Brixton, che silenzioso come le sue stelle se n’è andato lo scorso 10 gennaio.
E che cosa si può dissotterrare alle pagine delle relazioni sentimentali, degli scandali giovanili, dell’eterosessualità ritrovata dopo le pause gay, bisex, i costumi eccentrici, il trucco, il suo essere modello androgino al di fuori di ogni tempo? L’arte, appunto. «Che può cambiare il modo in cui mi sento al mattino», aveva ricordato sempre al New York Times.
Amava Frank Auerbach, David Bomberg e Francis Picabia, e apprezzava Marcel Duchamp, in parte. Aveva anche un Tintoretto e un piccolo Rubens, «ma la maggior parte di ciò che possiedo sono inglesi del XX secolo e non grandi nomi», aveva rimarcato Bowie in altre occasioni, raccontandosi un po’ come un collezionista “puro”: «Sono andato a cercare ciò che mi sembrava essere una partenza importante o interessante in un certo momento, qualcosa che ha caratterizzato un certo decennio, lasciando perdere Hockney o Freud o qualsiasi altra cosa».
Amava e aveva invece Graham Sutherland, William Tillier, Leon Kossoff e Stanley Spencer. Gavin Turk e Gilbert & George avevano detto di far parte della sua collezione.

Qualcun’altro invece prese il cantante come fonte di ispirazione: per esempio Paul McCartney, che nel 1990 dipinse Bowie Spewing, ovvero un vampiresco ritratto del Duca Bianco, che fu anche fortunato attore, nell’atto di vomitare. Il soggetto non aveva in realtà particolarmente gradito l’omaggio, ma aveva risposto con humour a metà tra il triviale e l’inglese: «What a coincidence! I am currently working on a song that’s called McCartney Shits».
Un episodio simpatico, ma che conferma anche quanto Bowie non amasse le regole: «Dalla più tenera età sono sempre stato affascinato da chi ha trasgredito la norma, da coloro che sfidarono le convenzioni, sia in pittura che nella musica», ribadiva. Nel 1977 Joe the Lion fu un tributo alla performance di Chris Burden Nail me to my car and I’ll tell you who you are, mentre tre anni prima – nel 1974 – si era ispirato all’Espressionismo tedesco di George Grosz per le scenografie del suo tour Diamond Dogs.
Insomma, che amasse l’arte il Duca Bianco era risaputo, ma gli va dato anche atto che – nonostante quello che hanno fatto diversi suoi “colleghi”, a partire dall’attore James Franco – sia stato ben lontano dalle arti visive, come artista. Sì, dipingeva, frequentò la scuola d’arte, ma quello che ci mostrò l’esposizione “David Bowie is…” che itinerò, nella stagione 2012-2013, dal Victoria & Albert Museum di Londra al MoCA di Chicago, Berlino e Parigi, e che consacrò la stella del Glam anche al pubblico del contemporaneo (forse perché ancora molto vivo questo ricordo, oggi lo si incensa così tanto), era un David Bowie istrionico sotto il profilo musicale, di immagine, di costumi e colori. Niente pitturacce.
Come tutti i grandi creativi (o creatori?) all’arte ha preso e all’arte ha restituito, in versione più popolar, il lato bizzarro delle Avanguardie Storiche del ‘900, solo per fare l’esempio più eclatante.

Ma andiamo avanti, perché anche l’algido Bowie a volte è riuscito a sperticarsi: «La mia idea di un artista contemporaneo è Damien Hirst», aveva dichiarato. Non era un caso che dell’ex Young Brit Artist Bowie si era portato a casa Beautiful, shattering, slashing, violent, pinky, hacking, sphincter painting, pittura “centrifugata” del 1995, aiutandolo proprio con uno di questi suoi Spin Painting, intitolato Beautiful Hallo Space-boy Painting.
E non c’era solo il “pop” tra le sue pareti, ma anche un’attenzione alle tematiche più sociali: nel 1994 acquistò il dipinto Croata e Musulmana di Peter Howson, rifiutato dall’Imperial War Museum di Londra che l’aveva commissionato, a causa della scena brutale rappresentata: si vedono due uomini nell’atto di violentare una donna musulmana, costringendola con la testa nel water. Un pezzo che Bowie raccolse perché mostrava «ciò che sta realmente accadendo e si sta facendo in Bosnia, e perché i musei devono prendere decisioni coraggiose e non percorrere le strade del conservatorismo».
Esattamente come hanno fatto i miti, di ieri e di oggi. Anche mettendo insieme i pezzi di una collezione forse strampalata, ma che senz’altro calzava – e calza – come un guanto.
Last, but not least, per la Black star della musica il ricordo sarà alla Carnegie Hall di New York, dove il 31 marzo prossimo tutti i big della canzone mondiale saranno riuniti per un ultimo saluto, e un primo omaggio ufficiale.

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