BRESSON E LA PUREZZA DI UNO SGUARDO

di - 9 Aprile 2016
Ha da poco aperto al pubblico la grandiosa antologica dedicata al fotografo francese Henri Cartier-Bresson (1908 – 2004), “occhio del secolo” che si può ammirare nelle sale espositive di Palazzo Gromo Losa a Biella fino al 15 maggio 2016. La mostra, inaugurata da Léonard Gianadda e dai curatori Jean-Henry Papilloud e Sophia Cantinotti, è intitolata “Henri Cartier-Bresson. Collezione Sam, Lilette e Sébastien Szafran. La Fondazione Pierre Gianadda a Biella” ed è stata realizzata grazie alla Fondazione Pierre Gianadda di Martigny e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella. Con le centocinquanta stampe fotografiche originali ai sali d’argento viene presentato Cartier-Bresson che scarabocchia sulle istantanee frasi, riflessioni, dediche, giochi di parole, “calembours” e versi improvvisati per l’amico Sam Szafran, il quale in tempi più recenti ha deciso di donare a Léonard Gianadda la sua singolare raccolta.
Eccezionali e incomparabili sono gli scatti presenti, che scorrono tra le pagine della vita di uno dei più grandi fotografi del secolo scorso, che tanto ha innovato e molto ha svelato grazie agli innumerevoli viaggi compiuti in Costa d’Avorio, Messico, Cina, India, per passare poi in Europa, in un ghetto ebraico a Varsavia e in un boulevard parigino. Istantanee, le sue, che hanno permesso di conoscere gli angoli più segreti di mondi sconosciuti all’Occidente. Fotografie che hanno concesso l’accesso agli angoli più segreti degli atelier dei grandi artisti a lui contemporanei, ai loro volti e occhi caratterizzati da quel luccichio scaturito dalla visione di una realtà che presto avrebbero riportato su tela. A Cartier-Bresson si deve proprio il merito di aver indagato quello che egli stesso definisce “silenzio interiore”, tentando di tradurre la personalità complessa dell’individuo e non una sola espressione. E ancora, reportage che si qualificano per il loro essere in stile “candid”: la messa in posa non è richiesta e la spontaneità è il centro verso cui mira l’occhio di Henri Cartier-Bresson.

La storia dello sguardo di HBC è quella di un uomo che nella sua vita si è posto interrogativi, che ha cercato di indagare la realtà con un punto di domanda sempre fisso in testa: di che si tratta? Indagini riprese dai molteplici scatti della sua fedele compagna di vita e di strada, del suo indispensabile taccuino, la Leica.
Un mostra che scorre tra i momenti cardini della vita di Bresson. Mancano quei disegni che lo iniziarono all’arte e che fecero concentrare talmente tanto Henri adolescente da fargli escludere ogni altra attività intellettuale o fisica e che dal 1972 riprese a realizzare grazie agli insegnamenti di quel Sam Szafran al quale dobbiamo l’esposizione di oggi. L’amicizia tra Henri e Szafran si fa più intensa proprio a partire da quell’anno quando a Parigi, in occasione di una mostra in cui Sam espone degli schizzi a carboncino, Bresson gli chiede di dargli lezioni di disegno, tecnica che ormai aveva abbandonato da anni. L’insegnamento presto si trasforma in sodalizio e porta alla creazione della collezione esposta in questa sede. Ad eccezione dei disegni è quindi tutto presente, troviamo le fotografie del primo viaggio in Costa d’Avorio, dove si lascia accompagnare dalla macchina fotografica – non ancora eletta al rango di compagna di vita – ma soprattutto dalle poesie di Rimbaud. Sarà in quel luogo, che rimane nel suo cuore errante per tutta la vita, che scatterà le sue prime istantanee. Un mondo che lo inizia alla fotografia, ma anche e soprattutto al viaggio. Torna infatti dalla colonia francese e si reca subito dal padre insieme all’amico Marx Ernst, annunciando il suo voler divenire fotografo. E da qui viaggi e scatti si susseguono in maniera irrefrenabile per decenni. Compra la sua prima Leica nel 1932.

Tra Leica e Henri si crea un’osmosi talmente profonda che Leica diventa il prolungamento dello sguardo di Bresson e mezzo che ha bisogno di quei colpi di fortuna che certo non mancano quando scatta. E così nasce uno dei suoi primi capolavori presenti in mostra, l’istantanea di un uomo che salta in una pozzanghera e che HBC immortala nel 1932 mettendo l’obiettivo negli interstizi di una palizzata di legno dietro alla Gare Saint-Lazare a Parigi. Riflessi, forme geometriche contrastanti, un manifesto che riprende in senso opposto il balzo dell’uomo che trafelato corre chissà dove, sono tutti elementi che denotano la casualità che Bresson cercava rimanendo sempre molto ricettivo sulla realtà che quotidianamente si manifestava davanti ai suoi occhi. Fatalità raccontata dal fotografo stesso quando descrive l’origine di un’altra immagine presente in mostra: «Ho avuto molta fortuna. Mi è bastato spingere la porta. Due lesbiche stavano facendo l’amore e l’atmosfera era carica di erotismo e sensualità. Non vedevo i loro visi. È stato un miracolo: l’amore fisico in tutta la sua pienezza. Tonio ha preso una lampada e io ho scattato diverse volte. Non c’era nulla di osceno e non avrei mai potuto farle posare: una questione di pudore». È il 1934 e Cartier Bresson vive in quel luogo che gli permette di scattare in piena libertà da ormai un anno. I vicoli di Città del Messico e le strade colme di sguardi e sorrisi che esprimono una profonda gioia di vivere, sono i soggetti prediletti.

Divisa nelle due sezioni e pietre miliari della vita di Henri Cartier-Bresson – i viaggi e i ritratti degli amici – l’esibizione segue la cronologia delle tematiche affrontate. Alla mostra non importa avere un allestimento fatto di pannelli colorati, frasi che colpiscono lo spettatore per la sensazionalità delle parole che Bresson sicuramente usava nel raccontare l’arte dello scatto fotografico. Henri Cartier-Bresson non ha bisogno di tutto ciò perché l’importante è correre e far scorrere l’occhio tra le pagine di un’epoca tanto lontana, ma che il fotografo francese ha fermato e ci ha fatto conoscere. Per capire la grandezza della sua opera basta calarsi in quella che pare una cripta, un luogo sospeso dove il tempo sembra essersi fermato. E così accade nelle sale espositive di Palazzo Gromo Losa che con le sue luci soffuse invita ad entrare in silenzio e con la sola intenzione di conoscere un puro fotografo francese del XX secolo.
Chiara Riva

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