Come sopravvivere al Mito

di - 28 Aprile 2014
Nello sguardo di Dora Maar (all’anagrafe Henriette Theodora Markovitch, Parigi 1907-1997) c’è sempre un velo che annuncia la distanza. Nel suo sorriso, la complessità di un mondo interiore che freme. Enigmatica, raffinata, conturbante così viene descritta dai contemporanei e dai posteri. Così la vediamo nei ritratti in bianco e nero – particolarmente intensi quelli “con le mani piccole” che le fece Man Ray nel 1936 – e nelle foto di gruppo degli stessi anni in cui è onnipresente Picasso.
Proprio nel tentativo di svincolare la figura di questa fotografa di talento, stimolando una riflessione diretta sul suo pensiero e sul suo lavoro, è concepita la mostra “Dora Maar. Nonostante Picasso” (fino al 14 luglio 2014), a cura di Victoria Combalía, parte della rassegna Primavera a Palazzo Fortuny che include, tra le altre esposizioni, anche “Le amazzoni della fotografia. Dalla Collezione di Mario Trevisan”, al piano terra dell’antico palazzo, di cui fa parte anche un vintage della stessa Maar.
Tutto al femminile anche il team che ha lavorato al progetto: Gabriella Belli, direttore del MUVE (Fondazione Musei Civici Venezia), Daniela Ferretti, direttore di Palazzo Fortuny e la critica d’arte spagnola Victoria Combalía che da vent’anni indaga sull’opera di Dora Maar (è autrice della biografia Dora Maar, Circe 2012).

Nel breve lasso di tempo che va dal 1931 (le prime foto su commissione come fotografa di moda risalgono al 1928) al 1937 – quando abbandona la fotografia per la pittura – Dora, con la Leica al collo che alterna alla Rolleiflex 9-12, lavora come fotografa commerciale (ritratto, moda, pubblicità) collaborando con Harry Maarson. In seguito aprirà con Pierre Kéfer lo studio al 45bis di Boulevard Richard-Wallace, Neuilly-sur-Seine, firmando le fotografie con il timbro Kéfer-Maar.
Potendo contare anche sull’appoggio economico della famiglia, la giovane porta avanti le sue ricerche personali che sono strettamente correlate con l’attivismo politico. Inquadra la Parigi popolare con il degrado dei suoi bassifondi e la gente che li abita (Ragazzino con le scarpe spaiate; Donna e bambino alla finestra, Cancello che chiude un cortile abbandonato), così come il mendicante londinese con la bombetta in mano che chiede lavoro (Niente elemosina. Voglio un lavoro) o le donne nel mercato della Boqueria a Barcellona (Venditrice che ride dietro la bilancia, di notte; Venditrice e venditore dietro al banco di salumi). Non accusa, né tradisce pietas, semplicemente lascia che le foto parlino da sé.
È il periodo in cui frequenta Bataille, a cui è unita da una relazione sentimentale. Allora i suoi interessi sociali e politici trovano riscontro nell’adesione al movimento surrealista con cui entra in contatto probabilmente attraverso Paul Éluard: bellissimo il ritratto che fa all’amico e alla sua compagna Maria Benz detta Nusch a Mougins nel ’36-’37, con un gioco di strisce di luci e ombre proiettato sul loro abbraccio.

«Era più che logico che Dora Maar fosse attratta dalle idee surrealiste – scrive Victoria Combalía – Oltre a schierarsi dalla parte dei diseredati, aveva un’istintiva e forte inclinazione per il misterioso, il magico e il soprannaturale, che ne faceva una candidata perfetta come compagna di strada del gruppo. Com’è noto, i surrealisti assegnavano grande importanza al mondo dei sogni e dell’irrazionale. Il pensiero automatico, la follia, l’arte infantile, il mondo primitivo, l’erotismo erano temi fondamentali del loro credo estetico e ideologico; la realtà non era mai una sola ma assumeva molteplici forme, e in questa realtà spiccava l’inquietante stranezza del quotidiano», conclude Combacia.
Tra le opere del ’34-’36 è particolarmente significativa Mano e conchiglia (nelle collezioni del Centre Pompidou di Parigi), insieme alla serie di fotomontaggi che include Ciechi a Versailles; Nudo e candeliere; Giochi proibiti in cui le varianti architettoniche – tra interni ed esterni – incorniciano il senso d’inquietudine.

Quanto alla storia d’amore con il maestro spagnolo, conosciuto il 7 gennaio 1936, si è detto tanto: passione, gelosia, follia. Da parte di Picasso ne rimane traccia in molti coloratissimi dipinti ad olio che ritraggono la musa, così come in una serie di cliché-verre e fotogrammi. Dora – come vediamo in mostra – oltre ad immagini inconsuete come quella in cui Picasso-Minotauro, in costume da bagno, che siede sulla spiaggia con il volto coperto da un cranio di bue, ha realizzato anche un significativo reportage dell’evoluzione di Guernica, realizzato nel maggio-giugno 1937. Proprio la fine di questa tormentata storia sentimentale (nel 1943 Picasso s’innamora di Françoise Gilot) porterà la fotografa nel baratro esistenziale, a cui seguirà la crisi mistica del ’52.
Nel barometro degli umori la donna troverà una via di fuga trasformando il rancore per l’amante nell’ammirazione per il suo lavoro; continuerà a dipingere e, avanti negli anni, rimetterà mano al suo archivio ripescando vecchi negativi per rielaborarli. Dopo un buco di quarant’anni tornerà ad esporre sia le tele (1990) che le fotografie (1991) affermando con l’intensità dei suoi occhi verdi che si può sopravvivere al Mito.

Nata a Roma nel 1966, è storica e critica d’arte, giornalista e curatrice indipendente. Con Postcart ha pubblicato A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011), A tu per tu con i grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (2013); A tu per tu – Fotografi a confronto – Vol. IV (2017); Cake. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (2013), progetto a sostegno di Bait al Karama Women Center, Nablus (Palestina). E’ autrice anche Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (ali&no, 2015) e Isernia. L’altra memoria – Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano” (Volturnia, 2017).

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