Critica della critica o nuovo feudalesimo dell’Arte contemporanea?

di - 22 Aprile 2000

In tempi recenti, in seguito ad una sorta di restaurazione, ci siamo ricondotti ad una situazione che pare aver fatto tabula rasa non tanto dell’arte del ‘900 ma piuttosto della maniera critica che l’ha allevata.
Con l’atteggiamento spesso distaccato di chi ha trovato la pace il critico non si lancia più nella mischia e preferisce infeudarsi in aree o contesti periferici nei quali far valere la propria esclusiva influenza attraverso i media, accettando di buon grado di disinteressarsi delle vicende altrui. Si avverte, insomma, l’assenza dello scontro di modi di vedere l’arte diversi, che sollecitino il pubblico a scegliere, a partecipare, a schierarsi (perché no?). E se uno dei motivi (di certo molteplici) della biasimata “mercificazione dell’arte” e dell’indolenza intellettuale dei fruitori dell’arte stesse anche nella mancanza di uno stimolo alla crescita di un atteggiamento critico autonomo nello spettatore dell’evento artistico?
Poco tempo fa fece scalpore l’intervento di Ballarin in occasione della mostra su Dosso Dossi a Ferrara quando, su Il Giornale dell’Arte, ebbe a scagliarsi con rigore scientifico contro un allestimento da lui, considerato (in sintesi) sbagliato e fuorviante. A fronte di questa rarità che ha incuriosito molti e invitato a visitare criticamente la mostra, le menti della scena artistica italiana sembrano disinteressarsi, pubblicamente, degli eventi che non li coinvolgono. Ebbene ciò, a mio parere, rischia di causare un globale livellamento qualitativo degli eventi artistici che finiscono per suscitare interesse solamente in proporzione ai denari spesi per promuoverli.
Invoco insomma il dibattito acceso e costruttivo che stimoli la capacità collettiva di discernimento.
Sgarbi attira folle plaudenti alla Galleria 56 di Bologna con l’operazione, lodabilissima, di recuperare gli artisti dimenticati dalla storiografia storica (Fioresi e Corsi) perché non in linea con le idee avanguardiste della loro epoca.
Luca Massimo Barbero, da qualche tempo, si dedica con innegabile lungimiranza alla riscoperta degli artisti del mondo di Marchiori, avendo le sue basi tra Vicenza, Venezia e Modena (Fronte Nuovo alla basilica palladiana, “Emblemi d’arte” alla Bevilacqua la Masa, i pittori di Ca’ Pesaro alla fondazione CaRiModena).
A Treviso il forte sodalizio tra la Cassamarca e Goldin ha prodotto la mostra “Da Cézanne a Mondrian”, successo annunciato di opere di sicuro richiamo ordinate secondo criteri un po’ azzardati e pretestuosi (molto meglio Pizzinato e Morlotti).
A Pieve di Cento è stato inaugurato il Museo Bargellini del ’900, da un progetto del finanziatore e del critico Di Genova, che da anni cura per l’editore Bora una costosa collana di cui il museo pare destinato a divenire, almeno in parte, l’apparato visivo di corredo.
Al di là dell’interesse suscitato dai numerosi eventi artistici italiani e dalla loro professionale e rigorosa impostazione scientifica, appare evidente che i critici, e gli enti che li ospitano o che essi stessi gestiscono, sono sempre più votati ad imporsi singolarmente con progetti che magnificano un’arte già consolidata e storicizzata, scegliendosi esclusivi ambiti territoriali e di indagine nei quali operare, scansando la tenzone intellettuale. Deboli appaiono gli interventi in favore delle nuove correnti (si veda l’esposizione dei corsisti della Bevilacqua).
Di qui l’invito a leggere sotto una diversa prospettiva le critiche ad enti come la Galleria d’Arte Moderna di Bologna (per Kiefer) o il Pecci di Prato, auspicando che il Palazzo delle Papesse di Siena, il Rivoli a Torino e la biasimatissima Biennale siano da traino per il futuro.
Dov’è finito lo spirito della Transavanguardia che sembra aver lasciato il passo al motto: “Dietro o davanti all’immagine purché l’immagine non sia la stessa; e il luogo neppure”?

Alfredo Sigolo

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