Dieci anni di Arte Vivente

di - 30 Settembre 2018
Quale sarebbe il “Il trucco di Dio”? Questo è il titolo emblematico scelto da Marco Scotini, curatore della mostra collettiva ospitata al PAV Parco Arte Vivente a Torino, centro di arte contemporanea, concepito da Piero Gilardi e diretto da Enrico Bonante.
La mostra ideata per celebrare i dieci anni di attività di questa architettura biodinamica, quale luogo d’incontro e di esperienze di laboratorio in cui arte, ecologia, biologia, punta sulla partecipazione attiva dei visitatori alla divere esperienze artistiche qui proposte, sono l’opera.
Il titolo della mostra s’ispira al pensiero di Donna Haraway, “Cyber femminista” cha ha scombinato la lettura dell’Antropocene: il tema caldo del nostro tempo, formulando alternative praticabili e metafore cariche di suggestioni narrative e potere rigenerativo.
Per l’autrice il “The God trick” è quel trucco che si fonda sull’illusione di eliminare il corpo dalla conoscenza. Il corpo è strumento principale del fare esperienza, carico di memoria e storia. Questi e altri sistemi di conoscenza complessi a parte, è intrigante scoprire come gli artisti Lara Almarcegui. Michel Blazy, Critical Art Ensamble, Piero Gilardi, Bonnie Ora Sherk, Nomeda e Gediminas Urbonas, hanno affrontato il non facile tema dell’Antropocene, agendo sull’immaginazione culturale, politica e sociale, attraverso opere che sprigionano “energie” e riflessioni alternative, processi di conoscenza da sperimentare in situ, piuttosto che da raccontare. Il percorso espositivo affascina: si apre con la documentazione di Nomeda e Gediminas Urbonas, gruppo di ricerca interdisciplinare impegnato a sostegno della bonifica degli spazi pubblici attraverso la documentazione di Folk Stone Power Plant (2017), progetto concepito per la Triennale di Folkestone (UK) in cui un’installazione attiva un network internazionale di scienziati, partendo dalla connessione tra la roccia e il lampione collocati nei pressi della Town Hall della cittadina inglese, il cui obiettivo è dimostrare come produrre energie alternative.
Bonnie Ora Sherk, A Living Library Is Cultivating The Human & Ecological Garden, 2018. Photo: © Filippo Alfero for PAV – Parco Arte Vivente
In questo caso l’unico lampione presente nel mercato della città precedentemente attivato con energia elettrica, si accende di notte sfruttando l’energia della materia vivente, roccia e potenzialità del territorio.
Nella seconda sala, intriga e coinvolge il visitatore, l’installazione Environmental Triage: An Experiment in Democracy and Necropolitics (2018), diversamente scientifica, incentrata su proposte su come sopravvivere in molte emergenze in circostanze drammatiche, in questo caso con l’analisi delle acque, proposta dal gruppo Critical Art Ensamble, collettivo di artisti impegnati da venticinque anni a esplorare le intersezioni tra arte, tecnologia, attivismo politico e teoria critica attraverso computer grafica, web design, film/video, fotografia e performance. E come organizzeremo il nostro futuro, date le risorse limitate e come ristabiliremo ecosistemi dall’equilibrio compromesso, dipenderà dalle scelte che faremo: intanto gli artisti ci invitano a riflettere su cause ed effetti di emergenze naturali e umane in modo partecipato.
Lara Almarcegui, da vent’anni incentra la sua ricerca sullo spazio di confine tra rigenerazione e decadenza urbana, valorizzando diversi elementi che creano la realtà fisica del paesaggio, sottoposto a costanti trasformazioni attraverso le demolizioni, gli scavi, i materiali di costruzione e le rovine della contemporaneità. Come lo fa si comprende da una formalizzazione inedita di Scavo (2009-18), opera realizzata al PAV, nel contesto di Village Green, installazione ambientale collettiva, da seguire con attenzione in tutte le sue fasi di trasformazione naturale in un contesto industriale qual è Torino, ideata come opera relazionale-sociale.
Piero Gilardi, Labirintico Antropocene
Conquista al primo impatto, seppure complesso, il progetto A Living Librery Is Cultivating. The Human & Ecological Garden (2018), di Bonnie Ora Sherk, tra i fondatori di Crossroads Community/The Farm, primo esempio di Alternative Art Space negli Stat Uniti negli anni ’70, personaggio poliedrico che prosegue le sue ricerche attraverso collaborazioni con architetti, ingegneri e docenti, come ha dimostrato con questo progetto proposto come strumento di storytelling al Pav, che prevede l’innesco di dinamiche partecipative ed interdisciplinari, giovani e adulti chiamati a condividere percorsi d’apprendimento di materie diverse, matematica, scienza, storia, economia, linguaggio, arti visive, introno ai temi della diversità culturale ed ecologica.
Concludono il percorso espositivo le opere all’esterno del PAV di Micheal Blazy e Piero Gilardi, indiscusso protagonista della congiunzione dinamica tra Arte e Vita, fin dai suoi esordi nell’ambito del gruppo Arte Povera (1967). Il suo Labirintico Antropocene (2018), invita il visitatore a percorrere un labirinto che apre riflessioni sulla crisi ambientale, processi di cambiamento climatico, flussi migratori e cosa s’intende per Antropocene.
È poetica l’installazione Foret de blais (2013-18) di Blazy, riconoscibile per l’impiego di una vasta gamma di materiali organici e viventi, come prodotti alimentari, cotone idrofilo, gesso, cioccolato, schiuma da bagno e altri, per plasmare “sculture” che si compongono e rigenerano continuamente, in cui il processo di trasformazione diventa l’opera. La sua installazione in progress “Foresta di scope”, comprende un centinaio di scope di saggina adagiate sul terreno, che nel tempo diventano totem di metamorfosi del tempo. Sono scope che germogliano, crescono e sembrano alberi naturali, come per magia, nelle mani dell’artista, tornano a un ipotetico stato naturale, secondo il processo organico di rigenerazione. Dal momento in cui i germogli appaiono sulle teste delle scope attecchite al terreno come alberi naturali, questi organismi viventi diventando parte integrante del giardino incantato del Pav, dove la natura si riappropria degli spazi che l’uomo le sottratto e Joseph Beuys, profeta di una nuova civiltà, di una metaforica Scultura Sociale, nella sua funzione demiurgica dell’artista sciamano, avrebbe messo radici.
Jacqueline Ceresoli

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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