Gran Torino dell’arte

di - 27 Giugno 2012

Può una città essere intesa come spazio di crescita determinante, capace di ospitare e definire un percorso artistico accogliendone i natali o accompagnandone lo svolgimento? Il ciclo “Greater Torino” alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, giunto alla terza edizione, parte da questo presupposto: la città è intesa come “come territorio allargato, luogo di nascita o di elezione, ma soprattutto piattaforma per la costruzione di un percorso di ricerca alimentato da opportunità di crescita, di mobilità e di relazioni con l’esterno”. Il tema è quello delle città e del loro rapporto con l’arte – e in questo senso è affascinante notare che il primo centro abitato della storia dell’uomo di cui restano tracce consistenti (Çatalhöyük, nell’odierna Turchia, 6000 a.C.) sia un agglomerato di piccole case in mattoni su una collina, all’interno del quale sono le pitture e i rilievi murali a restituirci aspetti importanti della cultura degli abitanti: nella culla dell’umanità, il seme artistico era coltivato al cuore del centro urbano – ed è tutto ciò che oggi ci rimane di quelle prime città.

“Greater Torino” valorizza i movimenti di andata e ritorno dello scenario artistico della città. Sin dalla sua prima edizione nel 2010 la mostra descrive il vivace panorama artistico torinese proponendo artisti che nella città hanno le proprie radici oppure il proprio spazio di lavoro: Torino come luogo natio oppure come scelta – ugualmente decisivo, a livelli differenti influente nel lavoro degli artisti scelti. Il movimento di andata e ritorno è quello che avviene durante lo scambio e nella relazione con l’esterno, nella fluidità dei legami che con una città e con il suo tessuto sociale si costruiscono, sia abitandoci che lavorandoci. E il movimento è anche quello fisico e geografico degli spostamenti, dei trasferimenti tra Paesi lontani negli anni della formazione, delle partenze e degli arrivi, della scelta di una città o del ritorno ad essa per costruire una parte del proprio percorso artistico.

L’altro tema di “Greater Torino” è quello dei giovani emergenti, e delle opportunità. Ognuna delle coppie esposte ha affiancato nel corso di tre anni una grande mostra curata dalla Fondazione nello stesso spazio espositivo. Paola Anziché e Paolo Piscitelli con “FACE, Indagini di un Cane”, Ludovica Carbotta e Manuele Cerutti con “Modernikon”, e oggi Rä di Martino e Laura Pugno con “Sotto la strada, La Spiaggia”. La compresenza è pensata come opportunità di conoscenza con altri artisti e con i professionisti del sistema dell’arte italiana e internazionale che seguono con continuità e attenzione la programmazione della Fondazione Sandretto. L’impegno sul fronte dei giovani talenti combinato con la valorizzazione del territorio non è d’altronde nuovo per l’istituzione torinese: la residenza dedicata ai curatori internazionali, promossa dalla Fondazione stessa, si è conclusa in questi giorni con l’inaugurazione della mostra “Sotto la Strada, la Spiaggia”; un progetto curato da tre (promettenti) emergenti che testimonia un viaggio di tre mesi lungo la penisola, alla ricerca dell’arte più rappresentativa dell’Italia contemporanea.

Le artiste invitate alla terza edizione di Greater Torino sono Rä di Martino e Laura Pugno, in mostra fino al 5 agosto. La prima è nata nel 1975 a Roma, ha studiato a Londra, ha vissuto a New York e da due anni ha scelto Torino come luogo di residenza e lavoro. Laura Pugno è nata a Biella nel 1975 e si è formata all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, città in cui vive e lavora. In mostra sono esposti i lavori più recenti delle due artiste.

Il tema della città ritorna: la ricerca è incentrata sul tema del paesaggio, naturale o architettonico, visitato con differenti approcci espressivi. Il paesaggio può essere inteso come spazio di esperienza fisica o mentale; è un costrutto culturale in cui si oggettivano visioni con valenze poetiche oggetto di visioni, oppure uno spazio di rappresentazione con valenza politica.

Il lavoro di Rä di Martino esplora il campo espressivo e simbolico del cinema: le sue immagini, storie e ricordi – personali e collettivi – formano un patrimonio cui l’artista attinge per creare nuove narrazioni, raccontate attraverso stratificazioni di tempi e spazi differenti. Le opere in mostra sono incentrate su una serie di set cinematografici dismessi nei deserti di Tunisia e Marocco, strutture fittizie nate per essere effimere. Abbandonate nel paesaggio nordafricano, esse acquisiscono nel tempo una nuova, precaria identità, analizzata dall’artista tramite fotografie, diapositive, installazioni, video.

Lo sguardo di Laura Pugno si rivolge ad ambienti naturali più vicini e consueti, come la catena montuosa del Monviso. Nei lavori dell’artista (disegni, incisioni e interventi su opere fotografiche) il paesaggio è oggetto di una scomposizione finalizzata a negare una visione univoca, unitaria e romantica, al fine di far emergere prospettive frammentarie, punti di vista inconsueti, tensioni e prevaricazioni di un elemento sull’altro. Attraverso procedimenti quasi scientifici o, all’opposto, incentrati su un’esperienza totalmente soggettiva, Laura Pugno demolisce il sistema-paesaggio, sottoponendolo a un processo di liberazione e trasformazione.

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