Grisi avanti tutti

di - 1 Giugno 2018
Monumentale e silenziosa. “Hypothesis of Infinity”, la mostra tributo che la Galleria P420 dedica a Laura Grisi è un progetto che, siamo sicuri, resterà a lungo impresso nella memoria di chi ha avuto l’occasione di visitarlo. A più di vent’anni dall’ultima personale in Italia, si torna così a parlare dell’artista italo-greca recentemente scomparsa riscoprendone il valore della sua ricerca. Vissuta tra Roma e New York, Laura Grisi si aggiunge oggi a quella lunga schiera di donne che sono state capaci di innovare la scena artistica del loro tempo rimanendo però a lungo all’ombra dei loro colleghi uomini, in un’Italia, come è stata quella tra gli anni Sessanta e Settanta, ancora non pronta ad accettare il confronto tra i due sessi. E così, i primi riconoscimenti arrivano per lei dall’estero, da New York, dove espone con continuità alla galleria di Leo Castelli tra gli anni Settanta e Novanta. Ma anche nel nostro Paese riesce a legarsi a realtà importanti come L’Ariete e la galleria di Ugo Ferrante a Milano, Il Segno a Roma o la galleria di Marilena Bonomo a Bari.
A testimoniare l’interesse critico ottenuto, le sue opere vengono accolte nelle collezioni di musei importanti come il Museum of Modern Art e il Brooklyn Museum di New York, la Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, senza dimenticare le sue partecipazioni alla Quadriennale di Roma (1965) e alla Biennale di Venezia (1966).

Laura Grisi Hypothesis on infinity, 2018 installation view Courtesy P420 Bologna ph.C.Favero

“Hypothesis of Infinity” traccia un percorso nella poetica di Laura Grisi, testimoniandone la complessità e la varietà, con quel linguaggio che resta in bilico tra pop, concettuale e poverismo. La Roma di Laura Grisi è quella di Tano Festa e Mario Schifano, di Kounellis e di Pino Pascali. E non c’è modo di discostarsi da tale humus nella lettura del suo lavoro. Opere come Seascape (1966) – un quadro/finestra in plexiglass, una veduta su un paesaggio marino raccontato da colori acrilici e pannelli scorrevoli – o Sunsetlight (1967) – un grande parallelepipedo verticale, totemico nella presenza, anche questo realizzato in plexiglass, che racchiude al suo interno un nucleo di neon colorati senz’altro debitori del confronto con la minimal e la pop americana –  lo ribadiscono a gran voce. Ma il suo lavoro è anche qualcosa di diverso da questo. I pebbles del 1973, per esempio, ci mostrano come Laura Grisi sia riuscita a spingersi oltre, captando prontamente le diverse linee della ricerca artistica internazionale del tempo con una forte personalità e una marcata inclinazione alla ricerca. Tutte le influenze che si ritrovano nei suoi lavori possiamo leggerle come eco e suggestioni di un pensiero che riscopre la natura e il suo contrario, l’oppressione della società moderna, la volontà di sognare e di essere liberi nonostante i cambiamenti imposti da una società capitalista e industriale in via di rapido sviluppo. Un parallelo che ci piace leggere nell’immagine di quella colomba (Blu Triangles, 1981) che, disperatamente, cerca di venir fuori dalla sua gabbia triangolare, ma viene risucchiata in un vortice di costrizione continuo in altri triangoli che non le lasciano scampo, impedendole di spiccare il proprio volo. Se per molti dei suoi colleghi la natura, quella vera e selvaggia, è stata solo un’immagine o un ricordo lontano, per Grisi diventa una realtà quotidiana, vissuta ed esplorata nei viaggi in giro per il mondo assieme al marito, Folco Quilici. Le Ande, il Sud America, l’Africa, la Polinesia: i due trascorrono lunghi periodi di studio e di contatto con paesaggi estremi e selvaggi. Questa continua e diretta esperienza del fenomeno naturale, la ricerca di ogni suo segreto, entra nella sua ricerca. «

Laura Grisi Hypothesis on infinity, 2018 installation view Courtesy P420 Bologna ph.C.Favero

Non mi interessavano quadri o sculture che contenessero l’aria, la terra o l’acqua. Non volevo che l’aria, la terra o l’acqua diventassero oggetti. Volevo ricreare l’esperienza dei fenomeni naturali»: questo è quanto l’artista ha raccontato a Germano Celant in una pubblicazione del 1989. «Volevo ricreare l’effetto naturale del suono dell’acqua che cade nell’acqua, un ambiente dove poter meditare ascoltando il rumore della pioggia», afferma. E leggendo queste parole, ripubblicate anche nel testo che accompagna la mostra bolognese, guardiamo al video The measuring of Time (1969), cuore del percorso espositivo, cogliendone il senso più intimo e profondo: Grisi è al centro di un movimento a spirale continuo della telecamera, quasi il tracciato di un’orbita planetaria, che gravita attorno alla sua forza attrattiva di dea madre colta nell’atto di contare i granelli di sabbia in un deserto. Il tentativo di controllo di tutto quello che non si può controllare in natura, si traduce in una tautologia gestuale gravida di risvolti mistici e sciamanici. In queste immagini, la magia di Laura Grisi si coglie perfettamente, e il fascino che oggi ancora subiamo è per noi riprova del fatto che ci troviamo davanti a una grande artista che speriamo possa presto ritrovare il suo posto tra i protagonisti del secolo appena passato.
Leonardo Regano

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