Guardare la vita in diagonale

di - 19 Marzo 2016
In collaborazione con il Multimedia Art Museum di Mosca, fino all’8 maggio il Museo d’arte della Svizzera Italiana (MASI) accoglie nelle stanze del LAC le fotografie, i fotomontaggi, le stampe offset, i collage, i manifesti, le riviste e le Costruzioni spaziali oggetto dell’inventiva di uno dei più importanti Costruttivisti russi: Aleksandr Rodčenko (1891-1956). La mostra è a cura di Ol’ga Sviblova direttrice e fondatrice del Multimedia Art Museum e curatrice del Padiglione russo alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’esposizione promossa dal MASI di Lugano è l’ultima di una lunga serie dedicata al grande artista e apre i battenti in contemporanea alla mostra “The Rodchenko’s circle. Stilish people”, promossa dal Samara Regional Art Museum. Nel Canton Ticino, con le trecento e più opere di Aleksandr Rodčenko, viene inaugurata una delle maggiori antologiche dell’artista russo in un luogo confinante con l’Italia.
Universalmente noto come uno dei più importanti esponenti dell’avanguardia russa, è il tassello che mancava nella serie di esposizioni legate alle avanguardie proposte dal museo di Lugano. Al MASI, il carattere versatile di Aleksandr Rodčenko è messo in scena in maniera chiara. Tutti i momenti principali della vita dell’artista sono presenti. Ad eccezione di quei dipinti descritti dal critico Tarabukin come “ultimi quadri”, nelle sale del museo l’occhio del visitatore scopre i diversi strumenti utilizzati da Rodčenko nel suo percorso artistico, a partire dalla scultura, fino a giungere ai lavori di grafica e alle fotografie. Manifesti, fotomontaggi, copertine di riviste degli anni Venti richiamano l’attenzione sul trionfo dell’arte al servizio della massa e del potere. Ritratti fotografici, vedute urbane, parate sportive, scorci scattati girovagando per Mosca fanno emergere il nuovo ruolo conferito alle istantanee a partire dal terzo decennio del secolo scorso. L’esibizione mira quindi a presentare un approfondito excursus dell’opera dell’avanguardista, sottolineando il suo carattere interdisciplinare e il suo genio, che lo condusse a lavorare al fianco di grandi personalità quali Tatlin, Malevič, Kandiskij, Majakovskij e tanti altri personaggi di un momento irripetibile nella storia del Novecento che, mirando ad un aggiornamento, portò ad un grandissimo cambiamento ancora percepibile.
Con un allestimento creato con pannelli posti in diagonali – in un evidente richiamo alle opere costruttiviste e alle istantanee dell’artista – e con colori che spaziano dal bianco, al grigio e al rosso, sembra quasi di essere portati all’interno del manifesto Knigi (1925).
Per iniziare dagli albori dei lavori di Rodčenko, incontriamo nelle sale nel LAC le celebri Costruzioni spaziali in tre versioni diverse. Le tre strutture sospese nello spazio si stagliano con la loro forza scultorea sulle pareti bianche e rosse e si mostrano come costruzioni-costruttiviste auto-evidenti ricche di quegli spunti elaborati da Rodčenko nel secondo decennio del Novecento. Ma ad eccezione delle tre Costruzioni spaziali, la mostra di Lugano si concentra sull’opera grafica e fotografica dell’artista. Troviamo i fotomontaggi del 1923 realizzati per il poema di Majakovskij Pro Eto dove pezzi di storia, primi piani di persone, vedute urbane, oggetti d’uso quotidiano e testi si combinano creando pagine dalla massima efficacia comunicativa. Guardando a questi collage fotografici, viene in mente Composizione con La Gioconda realizzata nel 1914 da Malevič. L’opera è insieme ai collage cubo-futuristi uno dei bacini dal quale Rodčenko poteva attingere e ispirarsi. A questi ultimi però l’artista aggiunge forza espressiva inserendo immagini di eventi e di luoghi a lui coevi ed esprimendo così la bellezza e l’innovazione delle nuove tecnologie e delle architetture che si andavano a creare.
Oltre al testo di Majakovskij, Rodčenko realizzò numerosi fotomontaggi per copertine di riviste. Troviamo in mostra quella realizzata per la sesta edizione del libro Mess Mend-Yankees in Petrograd di Marietta Shaginian (1924) dove parole, ritagli, campiture di colori rosso e nero vengono posizionati ad angoli per lo più retti e concorrono a comporre una composizione geometrica di grande impatto visivo. La stessa tipologia la si ritrova anche nella copertina della rivista Kino-fot (1922) e in quella del libro Materializatsiya fantastiki di Llya Erenburg (1927). I fotomontaggi di queste cover sottolineano l’animo costruttivista di Aleksandr Rodčenko, temperamento ben esemplificato anche nel manifesto pubblicitario del 1925 per la succursale di Leningrado della casa editrice di Stato Knigi.
Una grande sezione della mostra è costituita dai ritratti fotografici dove l’indagine psicologica dei personaggi ripresi sono il valore aggiunto che Aleksandr conferisce alla fotografia a partire dal 1924. «Non mentire! Fotografa e fatti fotografare! Cattura l’uomo non con un solo ritratto “sintetico” ma con molti scatti presi in momenti diversi e in condizioni diverse», sono le parole di Rodčenko che accompagnano in questa sezione della mostra dove troviamo uno scatto ritraente Majakovskij (1924), un primo piano della madre Olga (1924) e riprese della quotidianità dei membri del comitato redazionale della rivista LEF. Oltre ai ritratti però ci sono anche le immagini scorciate delle architetture e dei paesaggi moscoviti che sottolineano la vitalità della città all’indomani della Rivoluzione d’ottobre. Gli scatti degli anni Venti, come sottolinea la curatrice della mostra Ol’ga Sviblova, rappresentano «Un’età intermedia […] in cui, anche se per breve tempo e forse in maniera illusoria, sperimentazione artistica e sociale coincisero». Rodčenko in questi anni lavora con entusiasmo al servizio del potere comunista, portando i concetti basilari del socialismo all’interno delle sue fotografie.
Negli anni Trenta la sua tecnica si perfeziona. Sono raccolte negli spazi del LAC celebri fotografie quali Scale del 1930, Ragazza pioniera (1930), Ragazze con fazzoletti (1935), Ragazza con una leica (1934) dove gli scorci, le diagonali, gli effetti della luce divengono elementi imprescindibili per la forza ed efficacia comunicativa delle istantanee dell’artista russo. Egli stesso scriveva che “Se si desidera insegnare all’occhio umano a vedere in una nuova maniera”, era necessario “Mostrargli gli oggetti quotidiani e familiari da prospettive e angolazioni totalmente inaspettate”. L’uso delle diagonali è il suo modo di guardare alla vita. Ma lo sgambetto a questa ascesa viene dal senso profondo dell’opera che passa dalle grandi aspettative rivolte alla situazione politica degli anni Venti alla chiusura avvenuta nei decenni successivi. Se nel primo periodo l’artista è chiamato a lavorare intensamente, a partire dagli anni Trenta la sua figura viene soppiantata dagli artisti del Realismo socialista. La condizione in cui verte la Russia negli anni ’30, conduce Rodčenko a denunciare quel partito che fino a poco tempo prima aveva supportato. E questo è evidente nel reportage che esegue in Carelia durante i lavori per la costruzione del canale di Stalin (1931 – 1933). Dietro alle fotografie di quei lavoratori-prigionieri si cela l’accusa che l’artista scaglia contro un regime ricco di contraddizioni. Il cambio di pensiero dell’artista russo è ben evidente nelle fotografie poste in mostra e nel ciclo del circo dove Aleksandr si rifugiava per evadere da una dura realtà che non dava più spazio al divertimento. Fantasia ed immaginazione potevano trovare lì quello svago che il regime comunista non concedeva più e che faceva scrivere all’artista nel 1939: “Ebbene, il Paese del Socialismo non ha bisogno di ventriloqui, giocolieri? Di tappeti magici, fuochi d’artificio, planetari, fiori, caleidoscopi?”.
Chiara Riva

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