Happy birthday Mister Perrotin

di - 15 Dicembre 2013
Più che la storia di un giovane ragazzo di periferia che “ce l’ha fatta”, questa è la storia di un sistema che funziona particolarmente bene. Emmanuel Perrotin, uno di quattro fratelli di una famiglia decisamente non ricca, di casa nella banlieue parigina, nasce nel 1968, anno della seconda Rivoluzione francese. E da 25 anni è uno dei galleristi più influenti del mondo. Nelle sue sale sono passati, dagli anni ’90 a oggi, professionisti che portano i nomi di Takashi Murakami, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Sophie Calle, Wim Delvoye, Ryan Mc Ginley, Elmgreen & Dragset, e una serie di decine e decine d’altri artisti che fino al prossimo gennaio affollano qualcosa come 6mila metri quadrati al Tripostal di Lille, ex ufficio di smistamento delle poste francesi, a un’ora di treno da Parigi.
“Happy Birthday 25 ans Galerie Perrotin” è il semplicissimo titolo che racchiude una mostra splendida e che racconta, in quasi 20 sale su tre piani, l’evoluzione degli ultimi due decenni dell’arte internazionale, anche attraverso alcuni piccoli “solo show” che tracciano quelle che sono state le inclinazioni del gallerista, che attualmente ospita nella sua sede di rue de Turenne, nella capitale francese, le personali del giovane McGinley e un nuovo progetto di Sophie Calle, che riprende l’opera del 1994 Disparition. Un’artista, Calle, a cui Perrotin è legato da anni, e che a Lille riporta in scena con Vingt ans apres, progetto del 2001 dove l’artista, musa ispiratrice di un personaggio del romanzo Leviatano di Paul Auster, rimetteva in scena il suo pedinamento avvenuto nel 1981, riassumendo un detective privato su consiglio proprio del gallerista.
C’è in questo caso, una sorta di sconfinamento di ruoli, come spesso avviene nelle opere di Calle. Ma c’è anche nella vita “economica” di Perrotin, che in un’ampia intervista in catalogo racconta di come invece sia stato un’artista, Murakami, a consigliargli di aprire una sede newyorchese, «per diventare un grande gallerista».
Tra le diverse sale personali a Lille c’è quella di Damien Hirst, in scena con progetti anch’essi legati agli anni ’90, con i tavoli operatori e le foto di anatomie maciullate, compreso il suo autoritratto fotografico ghignante con una testa mozzata. Non è lo spazio migliore della mostra, anzi, Hirst in questo caso resta il protagonista sconcertante di una “surrealtà” che comprende la testa di mucca adagiata nel posacenere gigante e una piccola teca di feti di pesci e di quella più celebre di medicinali che Perrotin racconta di essere passata da 2mila dollari a 3 milioni. Paradossalmente invece, è ancora Murakami a risultare splendente, in una magnifica sala che è un riflusso di Pop e fiori, sculture e colori, gonfiabili e amenità che è tassativamente vietato fotografare.
Jesper Just, rappresentante della Danimarca alla Biennale 2013, qui è in scena con lo splendido video A Voyage in Dwelling, del 2008.
Una delle altre sorprese è proprio quella di trovare solamente due video, anche l’altro di rara bellezza, nella sua semplicità. JR ne è l’autore, a corredo del suo progetto urbano The woman are heroes realizzato nella prima favela di Rio de Janeiro, che esplora senza pietismo e senza false speranze un tratto di vita, architettura e società brasiliana, attraverso la messa in scena di stencil che raffigurano occhi che “guardano” al mondo, ai sogni, alla complessità.
C’è ampio spazio per la scultura, con i magnifici risultati in ceramica di Johan Creten, The Vivisector, gufi o volti zoomorfi che riprendono lo splendore dei bianchi di Fontana e la violenza abbozzata da Medardo Rosso; Jean-Michel Othoniel, The Knot of Imaginery, associato alle tele di Bernard Frize è invece pronto ad accogliere i visitatori all’ingresso, con una dimensione del vetro decisamente lontana dalle immagini stanche che si riservano al materiale, che qui si fa volume quasi rarefatto, in spirali che più che dna sembrano concrezioni magiche.
La stessa magia che trasuda l’opera di Tatiana Trouvè, 350 points towards infinity, dove una serie di 350 pendoli, appunto, in posizione statica richiamano la dimensione dell’Arte Povera, in modalità più spettacolare. Pieter Vermeersch, giovane e affascinante Ettore Spalletti francese è in scena con una sala che a sua volta è ascetica, come i pezzi del nostro artista, che ha scelto di vivere sui monti abruzzesi, a due passi dal Gran Sasso. Qui però non si tratta di tele o sculture, ma di intere pareti spolverate di azzurro, rosa, giallo e di un sottile tono carbone, che conferiscono quell’auraticità tipica delle icone religiose, e che più ravvicinatamente potrebbe somigliare in negativo ad una traccia lasciata anche dai colori di Dan Flavin e dai suoi neon, come a Milano accade nella Chiesa Rossa della Fondazione Prada, in uno degli interventi più riusciti dell’artista.
Le sale meno interessanti sono quelle più affastellate di nomi, che raccontano anche di un’estetica e di tematiche che hanno fatto il loro tempo, con artisti che vent’anni fa si potevano considerare “embrionali”, da Pierre Huyghe a Philippe Parreno, che proprio in questo periodo hanno due mostre mozzafiato allestite il primo al Centre Pompidou e il secondo al Palais de Tokyo. Per dovere di cronaca Perrotin mette qui vecchi lavori, a rimarcare anche la sua capacità di scouting, di vedere in profondità attraverso i lustri a venire.
Mancano però tutte quelle tensioni che negli anni ’90 hanno segnato il terreno dell’arte, tra cui il celebre post Human, solo per fare l’esempio più eclatante. C’è invece in questa collezione una dimensione che ha a che fare con il grande riflusso pop, dove Murakami è in qualche modo il padre putativo di una serie di “cartoonisti” e “fumettari” (Yeondoo Jung, Aya Takano, Kaz Oshiro) che hanno solcato l’onda celebre del giapponese negli anni a venire, quando l’Occidente si era già accorto da tempo della potenza di fuoco dell’Estremo Oriente.
Vogliamo tirare qualche somma? Usiamo in parafrasi le parole di Massimo Minini, il nostro grande italiano che a sua volta in queste settimane sta festeggiando i suoi 40 anni in Triennale. Se Perrotin è uno dei galleristi che è stato in grado in questi anni di passare dal “mercato” al “supermercato”, allora bisognerebbe fare qualche considerazione anche su questo stesso sistema. Ma visto che qui non stiamo discutendo di economia, ma di arte e di una mostra di opere, va da se che rintracciare nel supermercato globale solamente prodotti “ottimali” non è sempre possibile. O meglio, le merci sono varie e assortite, per tutti i palati. Per questo la mostra di Perrotin al Tripostal è esemplare: per il suo allestimento impeccabile, bilanciato su pesi e misure -e merci- che allo stato attuale dell’arte non tradiscono nessuna aspettativa, e perché nel suo essere comunque parziale – che diamine!, si tratta pur sempre di una galleria, non di un museo – è una bellissima antologia (ma non antologica), dell’arte dell’ultimo ventennio.
Una mostra “leggera”, da non confondere con “disimpegnata” che racconta anche cosa significa, in senso lato ovviamente, dover fare commercio e appartenere al mercato, e allo stesso tempo avere un’autentica idea delle opere, non solo come squalo. Per essere un gallerista “iconico” più che “bigness”, come ha suggerito l’evidente mania di grandeur di Murakami.

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