Il mondo da fine del mondo di Ugo Rondinone

di - 27 Giugno 2016
Ugo Rondinone distilla la realtà in immagini che sono un concentrato di pura poesia, la natura e le azioni che accompagnano e scandiscono le nostre giornate sono sublimate esteticamente in folgoranti attimi di lucidità e introspezione psicologica. L’artista, di origine italiana, è nato nel 1964 in Svizzera dove già nei primi anni Ottanta ha cominciato a lavorare nello studio dell’artista Hermann Nitsch per poi iscriversi all’Accademia d’Arte di Vienna che frequenta per tre anni, nel 1986 lascia l’Europa per New York dove ancora vive e lavora.
Il suo debutto sul palcoscenico dell’arte internazionale risale al 1990 con una serie di disegni di paesaggi e di installazioni in cui elementi naturalistici, istanze pop e minimal si mescolano felicemente fra loro creando nuove angolature per osservare la realtà. L’esplorazione dei contrasti fra naturale e artificiale e la combinazione di azioni teatrali, suono, poesia, pittura, fotografia e video sono state, fin dagli esordi, le sue cifre stilistiche distintive. Emblematica in questo senso è Lowland Lullaby l’installazione presentata allo Swiss Institute di New York nel 2001 e creata in collaborazione con l’artista svizzero Urs Fischer e il poeta John Giorno. Rondinone per l’occasione ha trasformato la galleria in un grande palcoscenico in cui gli spettatori potevano muoversi camminando su un pavimento di legno optical bianco e nero sotto il quale 40 altoparlanti diffondevano la voce di John Giorno che declamava i versi della sua poesia “There was a bad tree” mentre alle pareti erano installati i disegni di Urs Fischer. Questo tipo di ambiente immersivo, in cui lo spettatore può realizzare un tipo di esperienza sensoriale ed estetica totalizzante è tipico della pratica di questo visionario artista che attraverso l’uso di elementi piuttosto semplici (altoparlanti, legno, pittura, scultura) investiga l’utilizzo sia da un punto di vista fisico che “auratico” dello spazio sociale.

Il vocabolario estetico di Ugo Rondinone è scandito da immagini simbolo come i “target”, i clowns, le finestre, le rocce e le scritte al neon dai colori accesi che ricordano gli arcobaleni. Rondinone nelle sue esposizioni crea delle realtà parallele in cui la gioia e la fantasia si fondono e si sovrappongono all’angoscia, alla noia in un’inquietante similitudine con la realtà.
La mescolanza di stili e la reinterpretazione della realtà fisica sono alla base di una delle sue ultime monumentali installazioni la sgargiante Seven Magic Mountains, ovvero sette sculture totemiche alte dai 7 ai 10 metri, posizionate nel cuore del deserto del Nevada in cui il cromatismo pop incontra la Land Art. Ogni pietra brilla (o brillava, visto che è stata vandalizzata) di un colore fluo e l’insieme fa pensare ad una sorta di Stonehenge Flower Power.
Nel 2013 a Manhattan nella Rockfeller Plaza Ugo Rondinone aveva già mostrato una sua propensione per la monumentalità con l’installazione, decisamente suggestiva, Human Nature, in cui nove colossi di pietra hanno formato una sorta di foresta di giganti-guardiani, mute sentinelle del nostro quotidiano.
Questa tendenza alla monumentalità la ritroviamo in una delle due tappe della sua mostra romana, curata da Ludovico Pratesi, dal titolo giorni d’oro + notti d’argento. Lo spazio industriale dell’ex mattatoio del Museo Macro Testaccio è stato trasformato dall’artista in un luogo fantastico grazie al cromatismo acceso dei muri dipinti ognuno con un colore diverso in una sorta di psichedelico caleidoscopio in cui immergersi come in un trance. Vocabulary of Solitude è il titolo di questa abbagliante installazione composta da quarantacinque clowns, che, con le loro diverse posture rappresentano le varie, banali e vitali azioni che ogni essere umano compie quotidianamente. I clown hanno gli occhi chiusi e l’espressione enigmatica e, nonostante l’ambiente colorato e allegro in cui sono esposti, comunicano una profonda e fastidiosa tristezza. La solitudine dell’essere umano industrializzato e urbano è perfettamente raccontata dai nomi che ciascun pagliaccio ha: essere, respirare, dormire, sognare, svegliarsi, alzarsi, sedersi, ascoltare, guardare, pensare, stare in piedi, camminare, docciarsi, pisciare, cacare, mangiare, pulire, toccare, godere, amare, sperare, desiderare, cantare, maledire, sdraiarsi, mentire, cadere, ballare, vestirsi, bere…
La seconda parte della mostra prosegue fra le rovine della Roma imperiale in quello strepitoso complesso monumentale che sono i Mercati Traianei. “Giorni d’oro + notti d’argento” è il titolo di questa struggente installazione presentata per la prima volta a Roma e che verrà esposta a Place Vendome a Parigi il prossimo ottobre durante la FiAC. Cinque calchi di ulivi millenari in alluminio verniciato di bianco si ergono maestosi e tragici all’interno dell’esedra dei Mercati Traianei, la sensazione è quella straniante di trovarsi a vagare in una foresta pietrificata che ci riporta in un mondo preistorico da saga fantasy. Forse l’artista ha voluto rendere omaggio alle sue origini meridionali (è nato in Basilicata) e a quella feconda cultura dell’olio e dell’ulivo tipica del meridione, ma l’impressione che suscita è piuttosto da fine del mondo. Quei rami inscheletriti, bianchi, quei tronchi nodosi e dall’aspetto fossile evocano uno scenario sublime, affascinante e allo stesso tempo sinistro come solo il sublime sa essere.  Quello evocato mi è parso più un mondo crudele da notti d’argento, da notti fredde con la luna distante come una matrigna, che mi ha ricordato l’atmosfera brumosa, dolorosa e immobile delle Cattive Madri, una grande tela del 1894 di Giovanni Segantini conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Meraviglia e stupore sono sicuramente i termini adatti per descrivere gli stranianti scenari creati da Ugo Rondinone a Roma, opere d’arte in fondo semplici ma profondamente evocative che con immediatezza riescono a creare dei corto circuiti mentali per guardare sia noi stessi che alla realtà in modo diverso.
Paola Ugolini

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