Il teatro della vita secondo Martial Raysse

di - 19 Maggio 2015
A un anno dalla retrospettiva di Martial Raysse (Golfe-Juan, 1936 Francia) al Centre Pompidou di Parigi, quella di scena nel veneziano Palazzo Grassi, che ha inaugurato la nuova stagione espositiva con questa mostra di 350 opere, tra dipinti, sculture, video e neon (molte delle quali mai esposte prima al pubblico), è da percorrere al contrario, dal 2015 al 1958. Dall’atrio del Palazzo fino all’ultimo piano, partendo dalle opere recenti fino a quelle del 1958, come indica Caroline Bourgeois, curatrice della mostra e della Collezione Pinault, seguendo non una scansione cronologica, ma un punto di vista contemporaneo, l’esposizione rivela relazioni inattese. Rafforzate dalla scelta di puntare su una monografia di un artista che nasce autodidatta, disilluso dalle aspettative del maggio del ’68, interessato all’investigazione critica della società dei consumi che dagli anni Sessanta ha generato icone e mitologie contemporanee e che con Francois Pinault ha un solido legame da anni.

La mostra, partendo da un singolo artista, ripercorre le seconde avanguardie del Novecento in modo non compilativo o accademico, bensì dialettico. Raysse, pittore, scultore, poeta e cineasta è il primo artista francese a occupare tutto Palazzo Grassi. L’allestimento è stato ideato da Martin Szekely, abile nella capacità di mettere in scena il caleidoscopico “dizionario” dell’opera di Raysse, e l’impresa non era semplice, data la quantità di opere esposte. È interessante l’idea di rispettare nell’esposizione e nel catalogo (edito da Marsilio) il vincolo imposto dall’ordine alfabetico dei titoli delle opere (mai secondari per l’artista), che permettono una lettura trasversale del lavoro di un innovatore, sedotto da sperimentazioni di nuovi materiali nell’ambito del gruppo Nouveau Realisme di Pierre Restany (1960), quando pubblicità, materiali di scarto insieme a prodotti di massa diventano l’oggetto, o il bersaglio privilegiato, per diversi artisti allora esordienti nell’ambito della cultura Pop.

In realtà, le apparenze ingannano, l’inclassificabile autore capace di creare  corti circuiti visivi, è un conservatore, fedele al disegno, alla figurazione, radicato nel passato, nella composizione formale e nelle scelte tematiche. Raysse appartiene a quella generazione che ha trovato nella banalità del quotidiano un Olimpo mediatico tutto da reinventare, dall’estetica da consumare più che da contemplare. Sappiamo che gli artisti sono bugiardi per indole, il loro compito è di confondere la realtà con la finzione, e per Raysse l’unica verità possibile, come ha dichiarato è: «Mostrare la bellezza del mondo per incitare gli uomini a proteggerlo, ed evitare che si dissolva». Nelle sue opere, la cultura “bassa” e “alta” si fondono sistematicamente, in bilico tra rotture sperimentali e ricomposizioni formali classiciste, ispirate ai capolavori del Rinascimento, in cui l’indagine critica della società di massa e della banalità del quotidiano, includendo materiali industriali, raccontano in modo coerente il teatro della vita. Ripercorrere la sua carriera attraverso le opere, sculture, objects troués, fino agli oggetti assemblati e alle sculture in bronzo, che non intendono classificare la sua creatività proteiforme, ma aprire una riflessione sull’atemporalità dell’arte in rapporto alla classicità delle avanguardie storiche del Novecento, rinnova il valore dell’arte come strumento di riflessione e conoscenza.

L’autore è noto per ritratti di persone colte nel proprio vissuto, in mostra abbondano quelli dalle forme semplificate e dai colori accesi influenzati dall’iconografia Pop, quelli degli anni Sessanta, mentre sono più realistici quelli recenti, in cui il disegno, la figura è più importante del soggetto. Si entra nell’immaginario di Raysse, appena varcata la soglia dell’atrio di Palazzo Grassi, che più delle altre sale centra l’obiettivo della retrospettiva trasversale, dimostrando l’attualità delle sue intuizioni e linguaggi  all’insegna dell’ironia che l’ha sempre caratterizzato. Sorprende il visitatore un’imponente installazione site specific di sculture e oggetti “politici”, nel senso che rimandano all’investigazione critica della società di ieri e di oggi. Per esempio la grande scultura America America, (1964),  punta il dito sull’utopia del sogno americano, e l’autore lo fa con leggerezza, con humor, ricorrente in altre sue opere, anche nei video, forse ingenui nell’approccio da dilettante, visti con lo sguardo di oggi, ma in ogni caso autentici, che mostrano le sue pulsioni sperimentali e liberatorie. Per Raysse l’arte è un piacere, il video è una necessità, pittura e cinema sono speculari nella visualizzazione delle sue tensioni di una perfezione cromatica e compositiva. Sono una sorpresa le opere recenti, dipinte con colori puri all’insegna della chiarezza formale, che rappresentano una sorta di testamento poetico, dove si celebra la pittura, il disegno tout  court, dell’arte di epoche diverse, passando dai grandi maestri del passato, indagati attraverso soggetti contemporanei. Scene di vacuità dei paradisi artificiali, come rappresenta Ici Plage, comme ici-bas (2012): una commedia umana, intrisa di banalità, contraddizioni, trance de vie di una collettività in bilico tra bene e male, e in quest’isola di aspiranti famosi  nessuno è innocente, ma l’effimero consola.
Jacqueline Ceresoli

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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