Imran Qureshi e il site specific planetario

di - 14 Novembre 2013
Nel marasma politico che ha colpito il MACRO negli ultimi mesi, qualcosa si è dimenticato. Dopo la lettera in difesa del museo da parte dei dipendenti e quella di MACROamici, dopo la chiusura di “Digitalife” per il rapporto più che negativo tra il museo e la società di servizi Zétema, e dopo la procrastinata, di oltre due mesi, assenza di un nuovo direttore, sembra che l’arte sia scomparsa all’orizzonte. E invece no. Sono già annunciate le mostre per la fine di novembre e dicembre, ma soprattutto, ancora per pochi giorni il museo ospita al primo una splendida mostra di un artista incredibile: Imram Qureshi (fino al 17 novembre). L’esordio non è stato affatto fortunato, per non dire peggio. Nella conferenza stampa che lo presentava, Qureshi si è ritrovato nel bel mezzo della baruffa tra giornalisti e l’Assessore Flavia Barca, che cominciò in quella sede a discettare di “filiera” e “location”. Lui se ne andò, mentre era in corso la pessima figuraccia di fronte al direttore artistico della collezione di Deutsche Bank, Friedhelm Hütte, curatore della mostra insieme all’ex direttore del museo romano, Bartolomeo Pietromarchi.
Una mostra splendida dicevamo, che la dice lunga anche sulle collaborazioni che il MACRO ha intessuto in questi anni, e di cui Deutsche Bank fa parte dalla schiera (anche di quelli che, nel caso il museo capitoli, possiamo stare certi non rinnoveranno alcuna partnership).
E invece in via Nizza, ancora per qualche giorno, c’è la possibilità di vedere l’artista “of the year” (proclamato tale da Deutsche Bank nel 2013)  che quest’estate ha avuto anche la commissione per il roof del Metropolitan di New York, trasformando il tetto del museo in un giardino bidimensionale di fiori rossi e color sangue. Intervento che, attraverso la lente della storia e del luogo e pensando anche alle ferite che la Grande Mela ha dovuto sopportare nell’ormai lontano 11 settembre 2001, ha sortito un effetto che definire empatico, e sublime, rischia di togliere magia al tutto. Un modo di lavorare dove il colore rosso, simbolo delle quotidiane lotte intestine che avvengono nell’area Mediorientale e del Pakistan (Qureshi vive e lavora a Lahore), si trasforma in motivi floreali, “germi di speranza” che nascono dalle miniature realizzate dall’artista realizza fin dai tempi della scuola d’arte.
Una tecnica antichissima e difficile, che a sua volta Qureshi oggi insegna agli studenti dell’Accademia di Lahore, e che ha segnato il suo percorso di crescita professionale, almeno fino ad ora. Le miniature, inoltre, in questo periodo sono esposte non solo a Roma ma anche a Venezia, nel “Palazzo Enciclopedico” di Massimiliano Gioni ai Giardini, sacrificate accanto a una serie di creature fantastiche di Domenico Gnoli. Ma è sulla larga scala che Qureshi deflagra il suo potere dirompente: il primo esperimento è stato alla Biennale di Sharja nel 2011: «Il pubblico doveva interagire con l’opera, ma non avrei mai pensato che dalla gente potesse arrivare una risposta del genere», spiega l’artista al collezionista Amna Tirmizi Naqvi, in un’intervista riportata nel piccolo catalogo della mostra romana. L’effetto di Sharja era quello di un mattatoio. La gente poteva entrare nell’opera, in uno spazio ribassato, candido e zeppo di schizzi di rosso, illuminato da una luce solare incredibile e vischiosa come solo quella dei Paesi del Golfo e del Medio Oriente può essere, filtrata dalla foschia perenne e per questo forse sempre allucinatoria.
A Sharja, e l’anno successivo a Sydney su una superficie tre volte grande rispetto a quella dello spazio concesso dalla Biennale degli Emirati, Qureshi ci ha restituito non  la storia del suo popolo, ma quella di tutti i popoli del mondo. In lotta non solo con la politica e il potere, ma vessati, massacrati e rinati come fiori rossi a causa della religione, del razzismo, del nazionalsocialismo. A Roma non poteva essere altrimenti, seppur negli spazi più intimi del MACRO, dove la potenza del site specific forse un poco si perde a favore della meraviglia di trovarsi al cospetto di quelle che sono vere e proprie icone. Dove l’oro è il terreno comune tra la cultura di Giotto, del Barocco e del Cristianesimo (secondo Pavel Florenskij religione corrisposta ad una serie di rappresentazioni “devianti” rispetto alla sobrietà necessaria per raccontare il Divino) e quella Islamica, o Ortodossa.
E poi ci sono i missili, anch’essi realizzati con la tecnica della miniatura su carta wasli ibridata con procedimenti grafici e fotocopie, quelle stesse fotocopie che compongono al museo romano l’installazione cardine della mostra And they still seek the traces of blood. Che di certo avrebbe fatto grande effetto anche se si fosse chiamata “Senza Titolo”, ma che viene invece rafforzata dalle parole. E anche in questo Qureshi si rivela grande, nel saperci riportare alla realtà dei fatti come solo i veri artisti sanno fare, con pochi elementi essenziali. In questo caso sono stati riprodotti su carta i decori della superficie del roof del Metropolitan, moltiplicati per tre. Poi i fogli sono stati interamente accartocciati con l’aiuto dei curatori e degli stagisti del Macro: un atto performativo di cui però non v’è traccia. Il risultato è un’intera stanza che profuma di inchiostro e allo stesso tempo gronda di rosso e nero, come una fossa comune, come un ammasso del mondo. E quel che è più simbolico di questo cimitero (come tutti del resto, se si osserva l’atto pratico della morte e della dimora “eterna”) è che non appartiene a nessuna razza o credo, ma può essere il deposito delle libertà uccise, dell’ingiustizia, di intere società che hanno mandato all’inferno i loro civili e anche le loro menti, salvando il potere.
È azzardato forse fare una metafora di guerra con la situazione attuale del MACRO, ma saremo sconfitti tutti se nel prossimo futuro non vi sarà a Roma, e più in generale in Italia, un luogo dove poter osservare tutta questa bellezza. Dove poter riflettere e dove potersi fregiare – perché no? – di aver ospitato in tempi non ancora troppo sospetti (per lo meno in Europa) un artista il cui “site specific” è planetario. Altro che “spirito del luogo”.

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