Keith Haring, molto, ma molto più del pop

di - 30 Aprile 2013

Apre i battenti al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris e al 104 l’attesissima retrospettiva dedicata a Keith Haring, visibile fino al 18 agosto. L’esposizione, curata da Dieter Buchart e Odile Burluraux, intende già dal titolo, “Keith Haring, The Political Line”, porre l’accento sulla dimensione impegnata ed arrabbiata dell’opera dell’artista, spesso facilmente catalogato sotto l’etichetta del Pop per la facilità e riconoscibilità di alcuni dei suoi stilemi. Certo, la vicinanza a Warhol, Lichtenstein e Rauschenberg, nel decennio d’oro della mitologia newyorkese, gli anni Ottanta, ha favorito l’affiliazione alla corrente; ma i 220 pezzi esposti, alcuni di grande formato, mettono in luce una realtà completamente diversa.
Sotto il segno facile e diretto, colorato, di un’opera istintiva ed eseguita senza disegno, col gesto proprio della street art e del graffitismo da cui ha mosso i primi passi, Keith Haring lascia affiorare una critica feroce a tutto ciò che all’epoca era criticabile del sistema: capitalismo, razzismo, ingiustizia sociale, apartheid, riarmo nucleare, droga. Vicino al mondo dei fumetti, già dai primi lavori della fine degli anni Settanta elabora lo stile proprio che lo renderà famoso nel suo decennio d’oro, ma che risente ancora del dripping alla Pollock e dell’Espressionismo Astratto. Nei vari Untitled dei primi anni Ottanta, comincia ad apparire il disagio dell’individuo schiacciato dal potere di uno stato e di un sistema ingiusto: gli umani si vestono dei movimenti dei robot, marchiati da X rosse come fossero bersagli su cui sparare, attaccati e a volte penetrati da cani rabbiosi che li attraversano da parte a parte. L’individuo è ferito, svuotato, pugnalato. Senza occhi, senza sguardo. L’individualità un’utopia. La croce e il dollaro, tanto amato nel suo simbolo dal grande Warhol, diventano armi che colpiscono e opprimono gli umani, per lo più ammassati in un girone senza forma e senza occhi, simili a vermiciattoli, nella parte bassa dei quadri. Mickey Mouse come un Satana inquietante. Eppure l’Idra del Capitalismo, con le sue mille spaventose bocche che vomitano oggetti di consumo, pietrifica del suo sguardo di Medusa l’artista, che nel 1986 apre un Pop Shop dove commercializza il suo universo, nell’utopia ultima di un’arte accessibile a tutti.E in uno spazio per tutti.

Già dalla fine degli anni Settanta Haring tappezza la metropolitana di New York con i Subway Drawings, che snaturano e reinventano le pubblicità esistenti: un’intera sala riunisce pannelli strappati dal metrò in un toccante allestimento, quasi archeologico. Anche la religione paga il suo pesante tributo: idoli spietati, dalle teste atzeche, stritolano e divorano individui che cercano protezione in una croce, come in Untitled, 25 august 1983: la religione uccide travestendo la sua oppressione sotto lo scopo del bene;  eppure un intimo sentimento di rispetto e religiosità pervade molte delle opere di Haring, soprattutto nell’ultimo periodo della sua esistenza. I mass media accecano ed annichiliscono le libere coscienze: gli uomini trasmutano, la loro testa diventa lo schermo di un televisore, controllabile e controllata, senza voce, senza storia (Untitled, 4 november 1983); restano uccise, infine, ogni creatività e individualità. L’amarezza, che il tratto gioioso fa apparire lucente, si fa più profonda negli ultimi anni di vita: un’intera sala è dedicata alle visioni apocalittiche di un Haring sempre più conscio delle minacce che gravano sul mondo: disastri ecologici, sovraffollamento (Brazil), minacce nucleari (Untitled, 1982), razzismo (Untitled, 1984). Unica salvezza, forse, la forza vitale del sesso, dell’amore: ed ecco allora l’enorme totem fallico di The Great White Way, 1988, una fantasmagoria delirante che riunisce in sé tante delle tematiche care all’artista. Un fallo eretto, un simbolo di vita, come la croce era un simbolo di morte.

In una danza macabra di progressivo, coloratissimo orrore, si arriva agli ultimi anni, dove sono la malattia e il pensiero della morte che si fanno ossessivi: nel febbraio del 1990 l’artista si spegne, a poco più di trent’anni.
Se si cerca un testamento spirituale, una Cappella Sistina di grande suggestione, è senza dubbio nella seconda parte della mostra, al 104 di Rue d’Aubervilliers, che bisogna cercare. Nell’incredibile spazio nella periferia nord di Parigi sono assemblati i lavori di grande formato che non hanno trovato spazio nelle sale del MaM: sculture destinate allo spazio pubblico e soprattutto due opere monumentali: Il Matrimonio del Paradiso e dell’Inferno, 100 metri quadrati di lieve cosmogonia in cui sembra di trovare la Creazione di Adamo di Michelangelo e i corpi dell’inferno di Doré, e il monumentale ciclo dei 10 Comandamenti del Museo di Bordeaux, eseguiti nel 1985 in uno stato di febbrile esaltazione. Tre giorni di lavoro senza pause, 8 metri per 5 ogni tela, in cui i Comandamenti sono illustrati in antitesi in una tavolozza indimenticabile di rosso, blu e giallo. Ancora una volta, spiritualità e carnalità, oppressione e liberazione, amaro e gioioso uniti insieme in un ciclo di grande forza. Fosse anche l’unica opera esposta, da sola meriterebbe il viaggio.

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