La passione, e il pensiero, secondo Carol Rama

di - 4 Novembre 2016
La Galleria d’arte Moderna di Torino ospita la tappa conclusiva di una mostra internazionale itinerante, dedicata a una delle più controverse e affascinanti personalità del panorama artistico mondiale. A poco più di un anno dalla sua scomparsa, un’ampia retrospettiva celebra il genio irriverente di Olga Carolina Rama, conosciuta semplicemente come Carol Rama (1918-2015).
Curata da Teresa Grandas e Paul B. Preciado per il MACBA di Barcellona, “La passione secondo Carol Rama” – visitabile fino al 5 febbraio 2017 – non poteva che culminare nella città di appartenenza dell’artista, dove è nata, ha vissuto e lavorato durante tutta la sua carriera.
La mostra nasce da un lungo lavoro di ricerca che solo a partire dal 2014 ha iniziato un viaggio itinerante in diversi Paesi europei. Frutto di una rete di collaborazioni internazionali tra cinque istituzioni museali è ideata dal Museu d’Art Contemporaini de Barcelona (MACBA) e dal Musée d’Art moderne de la Ville de Paris (MAMPV), è co-prodotta dall’Espoo Museum of Modern Art della Finlandia (EMMA), dall’Irish Museum of Modern Art di Dublino (IMMA) e dalla Galleria d’Arte Moderna di Torino (GAM) che già conserva in collezione permanente alcuni capolavori dell’artista. Oltre ai grandi musei, la realizzazione della mostra è resa possibile grazie alla rilevante partecipazione di galleristi e collezionisti privati, che da tempo contribuiscono alla diffusione della conoscenza dell’opera di Carol Rama; fattore, quest’ultimo, che rende l’idea del rilievo riconosciuto all’artista, da tempo accolta e sostenuta nei circuiti privati dell’arte contemporanea.

Già nota presso le più importanti gallerie torinesi che ne hanno accompagnato gli esordi, la consacrazione del talento di Carol Rama da parte della sua città natale giunge solo nel 2004, l’anno successivo al conferimento del Leone d’oro a Venezia in occasione della 50.Biennale con l’ampia antologica alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, curata da Guido Curto e Giorgio Verzotti; l’ultimo illustre precedente torinese alla mostra in corso alla GAM. I riconoscimenti postumi o, comunque, tardivi sono un leitmotiv che hanno costellato tutta la carriera dell’artista. Questa consapevolezza costituisce uno dei motivi che hanno indotto i curatori a riscattare l’opera di Carol Rama mediante una rilettura critica che contempla un ampio ventaglio di opere; duecento capolavori esposti in mostra, emblematici di tutte le fasi creative dell’artista, che restituiscono una visione d’insieme, una ricostruzione critica, nella quale le singole opere innescano dialoghi, cortocircuiti e confronti con la coscienza, con la sensibilità del visitatore.
Sebbene anche questa mostra sia giunta postuma, l’intento vuol essere proprio quello di far comprendere la profondità di un’artista controversa, incompresa mediante un’anamnesi della sua produzione che viene corroborata in modo significativo dal video finale in cui i contributi e le testimonianze di amici, critici e artisti quali Corrado Levi, Lea Vergine, Maria Cristina Mundici, si levano come voci preziose, intercalate dalla performance-omaggio di Marzia Migliora Appassionata, (2003).

Il percorso, articolato in quattro sezioni tematiche – Astrazione organica, Anatomia politica, Organismi ancora ben definiti e vulnerabili, La mucca pazza sono io – si configura quindi come una riflessione sui nodi critici del pensiero di un’infaticabile artista autodidatta la cui produzione copre un arco temporale di sette decadi, a partire dagli acquerelli su carta degli anni Trenta. La ricostruzione critica proposta diviene un tentativo riuscito di confermare l’importanza di una personalità unica e originale che deve necessariamente essere inserita dalla critica ufficiale nel tessuto narrativo della storia dell’arte.
L’unicità, l’anticonformismo e l’irrequietezza creativa di Carol Rama hanno alimentato questo sottile ostracismo culturale, sottraendo l’artista a qualsiasi tentativo di decodifica, di mera classificazione, nonostante la sua attiva presenza e conoscenza del contesto artistico contemporaneo. L’indipendenza, l’autonomia linguistica di Carol Rama è ribadita e gli omaggi di Man Ray e di Picasso, esposti in mostra, che ricordano la sua presenza e rilevanza internazionale e, al tempo stesso, si confrontano con una personalissima grammatica, con un’individualità che, in un certo senso, assume i toni di una solitudine di fondo. L’artista mantiene una propria identità, nel constante confronto fra individuo e società.
Elabora, cioè, un linguaggio in continua evoluzione mai, semplicemente, autoreferenziale; opere che nascono da un’intimità profonda, che recano i segni di tragiche lacerazioni, di ferite, di un vissuto famigliare che ha prodotto delle vere e proprie amputazioni psicologiche, trasfigurate in immagini da incubo, inquietanti, scabrose, dalle quali scaturisce un pensiero critico, tradotto in trasgressione; dalle prime realizzazioni nelle quali oggetti d’uso quotidiano come scopini, scarpe ma anche dentiere e altre protesi irrompono nello spazio pittorico trasfigurandosi in allegorie. Nelle prime serie Appassionata e Dorina, degli anni Trenta e Quaranta, ritorna insistentemente il tema del corpo femminile innestato da protesi, corpi resi infermi dalle regole sociali, come il corpo nudo e inerme, minacciato da griglie di ferro e cinture pendenti (Appassionata, 1940). Soggetti che diventano corpi politici e dichiarazione contro i meccanismi di controllo sociale imposto dal regime fascista dominante. L’esaltazione della sessualità si carica d’impatto nella grafica espressionistica della serie Dorina (1945), nella quale le lingue e le posizioni delle gambe dei soggetti, sono riconducibili ai ricordi che l’artista aveva dei pazienti della clinica psichiatrica in cui era ricoverata la madre. Sono soggetti molto forti che premono sul pensiero di chi le osserva.

Oltre alle opere geometriche che testimoniano l’adesione – negli anni Cinquanta – al Movimento d’Arte Concreta (MAC), significativa è la serie dei Bricolage, realizzati da Carol Rama a partire dai primi anni Sessanta, emblema dell’amicizia e dell’affinità con Edoardo Sanguineti, autore di diversi testi e componimenti ispirati dall’opera dell’artista torinese. Materiali eterogenei e polimaterici tratti dalla quotidianità, si ritrovano in eleganti e raffinate composizioni formali, parte di quell’astrazione organica che fluttua nello spazio pittorico della tela. Macchie informi, formule matematiche, cannule, siringhe, occhi azzurri di vetro, ritornano ossessivamente nei dipinti creando topografie del pensiero. L’oggetto, veicolo espressivo reiterato con insistenza quasi feticista, diviene elemento materico che dialoga con tracce lasciate da liquidi e fluidi. Il dato biografico è ancor più sentito nei collage di copertoni che realizza negli anni Settanta. Pneumatici di biciclette sgonfi, flaccidi – un rimando alla fabbrica di biciclette del padre – evocano la vulnerabilità dei corpi. Immagini interiori dialogano con visioni esteriori e questa proiezione è sublimata dalla pittura che riesce a esorcizzare un’aggressività controllata nella composizione formale, come nell’opera Contessa (1963) realizzata con veri artigli di rapaci che si stagliano sullo sfondo di macchie rosse informi e aggettano minacciosi verso l’osservatore.

L’incursione del dato reale ritorna nel 1984 nel Ritratto di Massimo Mila, realizzato con l’applicazione di denti umani che simulano la colonna vertebrale di un animale. La commistione della componente umana e animale è un motivo che torna nella produzione artistica di Carol Rama che assume il problema della mucca pazza – la nota sindrome avvertita negli anni Novanta e trasmissibile dai bovini all’uomo – quale metafora e motivo di riflessione sull’umanità e sui meccanismi sociali; un tema che ispira la realizzazione di una serie di autoritratti non figurativi.
La licenziosità di Carol Rama si esplica mediante la scomposizione di una grammatica tabù, per esprimere una feroce critica alla società; una sorta di sfida alla morale comuni, in un costante confronto fra la radice autobiografica, e il contesto sociale esterno.
E così prorompe quella che è, appunto, la passione secondo Carol Rama, una passione graffiante che trova nel peccato lo slancio di libertà critica e, per questo, come affermato dalla stessa artista, riconosciuto come unico maestro.
Manuela Santoro

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