Com’è nata l’idea della collezione?
L’idea è nata perché James Stuart de Silva e sua moglie, entrambi collezionisti, abitavano vicino all’università. Hanno avuto l’idea mentre passeggiavano per il Campus. Per questo hanno stipulato un accordo con il senato accademico, per cui la coppia avrebbe finanziato le opere, mentre l’Università avrebbe curato la parte amministrativa. Nel 1982, John Stuart de Silva ha creato una Fondazione, partecipata dalla sua famiglia e dall’associazione Amici della Stuart Collection. Subito dopo, è stata realizzata la prima scultura: Sun God di Niki de Saint Phalle.
Perché si è scelto di realizzare solo opere site-specific?
Il Campus si estende su un’area molto ampia e variegata: ci sono canyon, colline e vecchi edifici militari. Fino al 1962, infatti, è stato un campo di addestramento dei marines. È un mix eterogeneo di territorio naturale e boschi di eucalipto: una specie non nativa, ma coltivata per alimentare l’industria ferroviaria, con scarsi risultati. L’intento era di realizzare sculture all’aperto, ma non di acquistarle; perciò, si è scelto di coinvolgere direttamente gli artisti che, negli anni ‘70-‘80, avevano iniziato a creare opere site-specific e site-generated. Inoltre, volevamo distinguerci dalla collezione di sculture, più antica, dell’U.C.L.A. e definire la nostra identità.
Hai diretto la Stuart Collection sin dagli esordi: è stato difficile gestirla e accrescerla nel tempo?
È sempre stata un sfida. Ma anche un privilegio e una gioia. Certo, se non avessi affrontato gli ostacoli, opere come Sun God oggi non esisterebbero. All’inizio c’era molto scetticismo e temevo la reazione degli studenti, finché, durante un sopralluogo, ho notato uno strano oggetto posto davanti all’opera. Avvicinandomi, ho visto che era un uovo e gli studenti mi hanno spiegato che era il loro augurio di buon compleanno! L’anno seguente, è stato inaugurato il Sun God Festival, la cerimonia più importante dei laureandi.
Ultimamente, una nuova opera, The Bear di Tim Hawkinson, si è aggiunta alla collezione. Com’è avvenuta questa scelta?
Abbiamo una commissione di valutazione, formata da professionisti di fama internazionale, tra cui c’era anche Pierre Réstany, prima che morisse. Poi Pontus Hulten, il conte Giuseppe Panza di Biumo e Hugh Davies, direttore del Museum of Contemporary Art di San Diego. Il loro compito è di vagliare le diverse proposte e di discuterle con me. Il progetto di The Bear ci ha convinto e ci siamo attivati subito per trovare i fondi e i materiali necessari.
Tutti i lavori della collezione hanno una forte carica simbolica. Avete puntato su questo elemento perché si distinguessero nell’area sconfinata del Campus? In un certo senso, volevate puntare su una scala monumentale?
No, non necessariamente. Ad esempio, le opere di Nam June Paik e di Michael Asher non sono monumentali. Certo, per The Bear le dimensioni contano perché, altrimenti, non avrebbe lo stesso impatto. Il nostro scopo è di realizzare sculture interessanti e originali. Non c’interessa decorare il Campus, ma essere all’avanguardia, come in tutti gli altri campi del sapere.
Quale sarà il futuro della collezione? State valutando nuove proposte?
Attualmente, ci sono quattro o cinque artisti che stiamo prendendo in considerazione. Come vedi, il nostro è un continuo work in progress.
Qualche artista che vorresti coinvolgere?
Tutti quelli con idee interessanti. I grandi nomi non sempre sono vincenti, o adatti al contesto. Finora, ho raccolto più di quaranta progetti, di cui solo sedici sono stati realizzati. Se dovessi sottoporre alla commissione tutti quelli che ricevo, probabilmente, non ne avremmo visto realizzarsi ancora nessuno!
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http://stuartcollection.ucsd.edu
intervista a cura di maria egizia fiaschetti
[exibart]
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