Qual è la filosofia di Bétonsalon rispetto agli altri centri d’arte contemporanea parigini?
L’idea che difendiamo è quella della sperimentazione e lavoriamo con giovani artisti e giovani curatori francesi e stranieri. La particolarità dei nostri progetti è che si sviluppano intorno al concetto di contesto: gli artisti che esponiamo devono tenere in conto il fatto che siamo nel cuore di una facoltà universitaria, ed è importante coinvolgere gli studenti. In più, Bétonsalon propone una formazione di curatore.
Per noi è importante aprire le attività del nostro spazio a un pubblico vasto; ci interessano gli studenti e gli abitanti del quartiere. Speriamo di costruire una dinamica con il “vicinato”, e poi abbiamo voglia di attirare gente che non ha l’abitudine di visitare mostre. Certo, può sembrare un’utopia, ma vorremmo trasmettere la nostra passione e per questo abbiamo una squadra di quindici “mediatori” che sono nello spazio per guidare i visitatori tra le opere.
Cos’è l’arte per Mélanie Bateloup?
Citando Robert Filiou, “l’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte”, cioè l’arte non è interessante se non è legata alla società e all’attualità. L’arte per me è un terreno che permette di far evolvere delle mentalità. Con l’arte si può arrivare a prendere le distanze rispetto alle “cose” della vita e l’arte crea l’unione “che fa la forza”, come nel nostro caso.
Qual è il ruolo dell’artista nella nostra società?
Credo che un artista non abbia un vero ruolo distinto nella società, ci sono tanti artisti diversi, come i poeti che vogliono esprimere la loro interiorità… Altri possono essere i critici e poi ci sono persone molto dotate che hanno il dono dell’espressione. In ogni caso, tra gli artisti che esponiamo a Bétonsalon preferiamo coloro che comunicano, coloro con i quali puoi condividere un’esperienza, una discussione, artisti che comprendono la necessità del “luogo-contesto”. Per me l’idea molto importante è quella del collettivo, perché a Parigi ci sono molte iniziative ma pochi sono coloro che si federano.
E fra dieci anni?
Mi piacerebbe essere allo stesso posto e mi piacerebbe dire che le persone che lavorano con me sono pagate e “ripagate” dei loro sforzi, visto che, al momento, solo due collaboratori hanno un contratto e il resto dell’équipe lavora per passione.
a cura di thea romanello
[exibart]
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