L’INTERVISTA/ TARA LONDI

di - 31 Dicembre 2018
Signorina, diminutivo di signora, si traduce in francese con mademoiselle, dal latino dominicella cioè padrona di casa o moglie, che al maschile diventa damoisel, caduto in disuso. Questo appellativo un po’ vintage, che suona bene in una vecchia canzone o che rimanda a figure leggendarie quali Mademoiselle Chanel, fa parlare di sé in Francia. Oggi il termine madame ha spodestato quello di mademoiselle, che si ritrova senza una casella da spuntare. Sposata o single, nell’amministrazione francese le donne non sono più obbligate a dichiarare il loro stato civile, una decisione che non è passata inosservata a Tara Londi. La giovane curatrice italo-irlandese ha infatti risposto con una mostra collettiva, femminile e femminista, intitolata “Mademoiselle”, che è accolta al Centre Régional d’Art Contemporain di Sète fino al 6 gennaio. Qu’est-ce qu’une demoiselle? Una domanda alla quale hanno risposto trentasette artiste internazionali che lungo l’esposizione esplorano temi e paradossi legati alla femminilità contemporanea, passando dal recente movimento #MeToo a quello del ’68. A cinquant’anni di distanza, qui si esplorano piuttosto le manifestazioni protestatarie per i diritti delle donne, presentando in una bacheca dell’ingresso una serie di libri pubblicati dalle Éditions des Femmes, create nel 1973 da Antoinette Fouque. Quest’esposizione, che accoglie artiste affermate e non, di fatto riflette un’urgenza delle donne d’oggi di ritrovarsi per dialogare e confrontarsi intorno a problematiche legate all’universo femminile, in questo senso la mostra stessa è il messaggio.

Rebeca Ackroyd , NAVE!, 2018 Sculpture, Courtesy of Peres Projects and the artist et Anetta Mona Chisa / Lucia Tkacova, Haiku – Ask The Time, 2007-2009 – Courtesy Christine Köning Galerie, Vienne – Photographie © Marc Domage

Le opere, dai propositi molto spesso espliciti, si aprono liberamente allo scambio di idee e di contenuti creando quell’empatia necessaria che permette di affrontare meglio le situazioni interpersonali e di stimolare magari nuove possibilità di femminismo. E come sottolinea la curatrice, che si riallaccia al parafemminismo ideato dalla storica dell’arte Amelia Jones, si tratta di estendere il campo d’azione del femminismo delle generazioni passate e non di sostituirlo. Una curatela che guarda dichiaratamente a Premiers matériaux pour une théorie de la Jeune-Fille, un testo pubblicato sulla rivista filosofica Tiqqun, che è una critica al modello della giovane ragazza, che non è sempre giovane e tanto meno ragazza, ma che rappresenta il modello d’integrazione sociale, un ideale fortemente promosso dalla società dei consumi. Le creazioni, che si dispiegano lungo nove sale, sono riunite per tematiche in cui ciascuna risponde a problemi specifici che vanno dall’incomunicabilità alla violenza domestica, ai diritti collettivi, all’affermazione di sé, alla sessualizzazione della cultura e via dicendo. Una bella collettiva che accoglie Julie di Mika Rottenberg, un video in cui con umorismo esilarante si parla delle peripezie che le donne devono affrontare nella vita di tutti i giorni. Poco distante troviamo We are Coming out (3/12 oli, 2017) di Laure Prouvost, una serie di nudi accompagnati da frasi piazzate come se fossero le parti del corpo a pronunciarle. Originale e divertente questa serie è stata portata lo scorso anno per le strade di Copenaghen, ma riprodotta su poster e cartelloni pubblicitari. No more fun and games di Jesse Jones, l’artista che ha rappresentato l’Irlanda nell’ultima Biennale d’Arte di Venezia, presenta qui una tenda fluida, che gira in cerchio come in un rituale, con su stampata la mano di una strega matriarcale. Le foto di Zanele Muholi, che è solita autoritrarsi per parlare della condizione lesbica in Sud Africa, la pittura di Romana Londi che con Blushing (Pink as fuck) ci parla del valore politico del rosa nella storia. Nella lunga lista anche le terracotte femminili di Clémentine Keith-Roach, una scultura di Mai-Thu Perret della serie delle Guérillères, le tele sul tema del dominio di Sanam Khatibi, le inquietanti sculture di Rebecca Ackroyd, oltre che un lavoro di Noëlle Tissier, ex direttrice e fondatrice del CRAC di Sète, che ha reso possibile questa mostra. Per saperne di più ne abbiamo parlato con Tara Londi.

Exposition collective Mademoiselle – Pauline CURNIER-JARDIN Blutbad Parade, 2015 Installation video, video HD, tissu / Video installation, HD video, fabric – Courtesy Ellen de Bruijne Projects – Photographie © Marc Domage

Quali artiste hai inviato ma che per motivi vari non hanno potuto partecipare?
«Amalia Ulman, un’artista argentina che ha inventato un alter ego su Istragam seguitissimo. È interessante vedere le reazioni dei followers di questi nuovi alter ego, queste superstar dai fisici perfetti, che si mostrano in pose che sembrano spontanee, ma si tratta invece di realtà artificiali, modelli irraggiungibili, pericolosi per le giovanissime. Siamo in una società dello spettacolo che ha rimpiazzato la verità ».
La storia con Agnès Varda, com’è andata in realtà?
«Ho sempre ammirato il lavoro di Agnès Varda, che è inoltre originaria di Sète. Insomma, la volevo invitare a partecipare alla mostra, diciamo come tributo alla sua generazione che ha permesso alla mia di essere più libera. La sua reazione al mio invito è stata completamente contraria alle mie aspettative, ha detto che avrebbe protestato contro la mia esposizione perché perpetuavo una divisione tra arte fatta dall’uomo e dalla donna, mettendo questa in un ghetto. Mi sono resa conto che le donne della sua generazione volevano essere accettate in quanto artiste, mentre quelle qui presenti, che sono entusiaste di partecipare a questa mostra, sono cresciute con modelli come Varda, ma anche Louise Bourgeois e Marina Abramović, e non hanno assolutamente lo stesso tipo di preoccupazioni. È stato uno scambio interessante, perché mi ha permesso di riflettere sui legami tra le giovani artiste e quelle della generazione passata. Io e Agnès Varda, siamo comunque rimaste in ottimi rapporti».

Exposition Mademoiselle – Rivers in our mouths, Don’t worry I shall be gentle with you my darlings, 2017 – 2 Huiles et crayon sur toile, 200 x 250 cm – Collections particulières – Photographie © Marc Domage

Non credi in questo pericolo di ghettizzazione di cui parla Agnès Varda?
«Se parliamo di femminilità non possiamo chiedere agli uomini di rappresentarci. Sono d’accordo nel non perpetuare questo binarismo tra uomo e donna nell’arte, senza un reale motivo. Se stiamo però lavorando sull’esperienza femminile, non posso che invitare delle donne a parlarne in prima persona. I musei sono pieni di rappresentazioni della donna da parte degli uomini, perché allora continuare a dire qualcosa che è già stato detto per centinaia di anni. Se avessi invitato uomini a rispondere alla domanda “che cos’è una signorina”, sarebbe stato un po’ ipocrita e caritatevole, e comunque non sarebbe stata una mostra sulla femminilità. Sarebbe stato uno sbaglio».
Molte delle artiste qui presenti si autorappresentano. Ad esempio, Leni Dothan nel video Sleeping Madonna in cui ci parla della sua maternità.
«L’autorappresentazone è una delle più grandi eredità dell’arte femminista degli anni sessanta. Un’arte basata sull’identità per contrastare una rappresentazione, fatta e rifatta, nel mondo dell’arte e combattere il pregiudizio per cui tanti aspetti della femminilità vengono nascosti, non rappresentati nella cultura».
Qual è il nesso tra il movimento #MeToo e la mostra?
«È un movimento molto importante, non come un fenomeno mediatico ma visto come un caso storico. Ho infatti inviato Geneviève Fraisse, filosofa francese e storica del pensiero femminista, in una conferenza per parlarne. Il caso Harvey Weinstein ha risvegliato un femminismo che era lì, anche se silenzioso, e che ha dato la possibilità a tutte di alzare la voce e di rendersi conto che c’erano molte forme di oppressione contro le donne, sia nel campo professionale che nella vita di tutti i giorni. Penso che la nuova oppressione sia quest’incredibile moltitudine di richieste eccessive che vengono fatte alle donne, che si dividono tra carriera e famiglia, e che devono restare giovani e sexy. È impossibile raggiungere un equilibrio, sono quindi costrette a sentirsi sempre inadeguate».
Exposition Mademoiselle – Anetta Mona Chisa
E tu, in quanto giovane curatrice, quali difficoltà hai incontrato nel campo professionale?
«Come altri della mia generazione, donne o uomini, dobbiamo affrontare problemi nuovi dovuti alla flexible economy, alla precarietà. Nel campo dell’arte, è difficile quando si è giovani, perché non si ha abbastanza credibilità. Addirittura dopo il fenomeno del #MeToo le giovani donne ‘carine e non sposate’ non sono assunte perché ritenute pericolose, vengono così penalizzate».
Qual è l’artista che rappresenta meglio la mostra?
« Direi che ogni artista qui presente tocca diversamente il nucleo della mostra. Credo comunque che Laure Prouvost sia attualmente una fra le artiste più interessanti, è quella che forse contrasta meglio la rappresentazione attuale delle donne attraverso un linguaggio e un umorismo che è emblematico della mostra ».
Hai dei progetti in Italia?
«Mi piacerebbe portarci questo progetto e parlare della situazione delle donne italiane».
Ah, dimenticavo! Cosa ne pensi del divieto dell’appellativo Mademoiselle?
«Capisco le motivazioni, ma penso che avrebbero potuto aggiungere jeune homme e noi avremmo conservato così l’appellativo di mademoiselle. Questa parola mi ha fatto riflettere sul fatto che in realtà, abbiamo stravolto qualcosa di storico, in un certo senso anche a nostro discapito. Penso che siamo tutte mademoiselle, una donna non dovrebbe essere delegata all’uomo. Magari avrebbero dovuto cancellare madame e mantenere mademoiselle».
Livia de Leoni

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