L’invenzione del cinema

di - 21 Settembre 2014
”Il ritmo dell’avanguardia”, mai titolo fu più indovinato. Per Hans Richter (1888 Berlino, 1976 Minusio – Canton Ticino, CH), di scena al Museo d’Arte di Lugano (fino al 23 novembre), il ritmo è alla base della sua poetica, è nella contrapposizione dei colori, è il titolo dei suoi primi film astratti, è lo studio dei principi di contrappunto «è quella cosa che informa le idee, quella cosa che corre attraverso il tutto», dichiara.
Figura fondamentale dell’avanguardia del Novecento, Hans Richter è stato pittore, film maker, scrittore e insegnante. Si è sempre battuto per affermare i valori più alti della rivoluzione modernista che così profondamente ha segnato la prima metà dello scorso secolo.
Di famiglia benestante che lo incoraggia nella sua passione per il disegno e per le arti in generale, Hans Richter realizza le sue prime opere sotto l’influenza espressionista e cubista di cui subisce il fascino per il coraggio dell’uso del colore e l’audacia nella frammentazione dell’immagine.
Amico di Marcel Duchamp, con il quale realizzerà alcuni filmati che vedono entrambi anche in veste di attori, Richter si confrontò e lavorò con Kazimir Malevic, condividendone le teorie costruttiviste e con altri artisti del calibro di Theo Van Doesburg, Kurt Schwitters, Max Ernst, Ludwig Mies van der Rohe e Jean Cocteau, solo per citarne alcuni.
Nel 1916 a Zurigo, dopo aver passato quasi due anni al fronte dove rimane gravemente ferito, entra a far parte del nascente movimento DADA con Tristan Tzara, Hugo Ball, Marcel Janco, Jean Arp e sua moglie Sophie Taeuber.  Richter si riconosce in questo movimento per la libertà di spirito e la sua grande vitalità in un periodo segnato dalla morte causata dalla guerra. È in questi anni che incontra l’artista svedese Viking Eggeling ed inizia con lui a realizzare grandi rulli disegnati e dipinti con figure geometriche composte da forme elementari ripetute su lunghe strisce di carta o tela. Forme colorate con modifiche minime tra la precedente e la successiva, come nella calligrafia cinese. Ed è proprio per dare un “ritmo” a queste figure,  che i due artisti iniziano la sperimentazione del cinema astratto montando fotogramma dopo fotogramma con effetti visivi di accelerazione e rallentamento, apparizione e scomparsa, resi possibile da questo nuovo mezzo espressivo. Ne nascono le opere Rhythmus 21, 23 e 25. Il sodalizio con Eggeling però verrà meno per l’impostazione diversa che i due daranno al loro lavoro, lo svedese più vicino al concetto di arte legato alla pittura prendeva come punto di partenza la linea, Richter la superficie.
In questi anni infatti il cinema diventa l’impegno prioritario di Richter che diviene presto il teorico del cinema di avanguardia, curando rassegne cinematografiche e realizzando, come regista, numerose opere sperimentali. Sono suoi anche numerosi documentari e anche film pubblicitari: uno per tutti il divertente film che elogia le qualità benefiche dell’Ovomaltina per i i giovani e gli sportivi. Questi lavori gli consentivano di guadagnare soldi che Richter reinvestiva nella sperimentazione. Sono di questi anni Fantasmi del mattino, Magia da due soldi e Tutto gira tutto si muove.
Interessante è anche il Manifesto della nuova architettura modernista dove Richter, ispirato dal Bauhaus, nel 1930 realizza un film per la mostra sulle abitazioni e costruzioni a Basilea. In questo lavoro l’artista mette a confronto il modo di abitare in locali bui tipici della piccola borghesia tedesca tradizionale dal gusto kitsch, con le nuove forme dell’abitare in locali luminosi con mobili funzionali, semplici e razionali.
Con l’arrivo del nazismo e la seconda guerra mondiale Richter nel 1940 lascia la Germania ed inizia ad insegnare quale storico di cinema al City College di New York punto di riferimento della nascita del cinema indipendente  USA. Negli anni 40 e 50 realizza varie opere tra cui la più famosa è un film a colori intitolato Dreams that money can buy, premiato alla mostra del cinema di Venezia nel 1947. Film pacifista a cui partecipano tra gli altri, Fenand Léger, Man Ray, Alexander Calder.
Dopo il ‘50 Richter prende l’abitudine di tornare ogni anno per alcuni mesi in Svizzera dove riprende a dipingere nel suo studio vicino Locarno: «Il cinema ha bisogno di espansione, la pittura di raccoglimento», spiega. Per Richter l’arte ha una funzione, almeno per quel che concerne l’artista, quella di permettergli di seguire le proprie visioni qualunque esse siano, senza aderire a una teoria, a una scuola o a qualsivoglia idea preconcetta.
Questa mostra che nasce dalla collaborazione del Museo d’Arte Lugano con il County Museum di Los Angeles ed il Centre Pompidou di Metz, già ospitata al Martin Gropius Bau di Berlino, ha il merito di ripercorrere ed approfondire  alcune delle esperienze che hanno segnato la storia dei rapporti tra pittura e cinema del secolo scorso.
@https://twitter.com/pilus

Giornalista pubblicista dal 2004. Vive in Italia, Svizzera e Stati Uniti.

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