Cosa succederà nei prossimi mille giorni dell’arte? A immaginare tante risposte a questa domanda, un gruppo di lavoro formato dalla RUFA – Rome University of Fine Arts. A presiedere questa task force, il maestro Alfio Mongelli, presidente RUFA, colui che nel 1998 ha dato il via a un progetto formativo che in questi anni ha saputo sempre rinnovarsi. Ad affiancarlo il direttore Fabio Mongelli, i docenti Nicolas Martino, Raffaele Simongini, Davide Dormino e Emanuele Cappelli. E poi i diplomati RUFA che, nel corso di questi ultimi cinque anni, con le loro proposte, vincitori tra i vincitori, si sono aggiudicati il RUFA Contest: Francesca Salvati, Riccardo Quattrociocche, Alain Parroni, Yunfeng Liu, Francesca Cornacchini. Loro il compito di rappresentare le aspettative e i sentimenti di una comunità che va oltre RUFA.
Il gruppo lavorerà intorno a O₂– Manifesto per le arti dopo l’apocalisse, questo il nome del progetto che, partendo dall’opera di Alfio Mongelli, di recente collocata a Wuhan, in Cina, da dove la pandemia ha avuto inizio, proverà ad ampliare il discorso ai prossimi tre anni, un periodo cruciale per l’arte, che dovrà adeguarsi alle nuove evoluzioni, ripensare alla fruizione, trovare altri modi per sollecitare istituzioni ed enti pubblici e privati a operare in sinergia. «O₂– Manifesto per le arti dopo l’apocalisse vuole essere un documento di resistenza culturale powered by RUFA, ma che possa poi essere sposato dalla cultura e dalla politica. Un documento del fare, un agire comune per volare alto, per esplorare nuove opportunità e per indicare una via», spiegano gli organizzatori del progetto che vuole porsi come punto di riferimento soprattutto per le nuove generazioni e, al contempo, dare occasione di dibattito.
«L’arte è da sempre un elemento di resistenza e tutto è da sempre interconnesso. Questo significa che il sapere tecnologico è un bene comune che può e deve essere messo a servizio della costruzione collettiva di un mondo post-capitalistico», si legge nel manifesto della RUFA. «L’epoca dell’antropocene può e deve essere l’occasione per ripensare, artisticamente, il nostro rapporto con l’ambiente circostante e la nostra collocazione in questo ambiente», continua.
Ma il discorso si allarga anche alle città: «Non ha più senso, nelle città nelle quali lavoriamo, la distinzione storica tra centro e periferia. Le mappe urbane vanno ripensate a partire dai distretti creativi, per lo più collocati nelle periferie che continuano a essere tali per mancanza di collegamenti e strutture adeguate». E, quindi, al lavoro dell’arte: «Non vogliamo sottostare a un ricatto economico che limiti le capacità creative individuali e collettive. Vogliamo essere messi nelle condizioni di lavorare insieme, secondo ritmi sostenibili, in uno spirito di reale condivisione e collaborazione. Vogliamo condividere i nostri saperi e non competere inutilmente tra di noi».
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