Nelle opere di Muna Mussie in mostra alla Fondazione Menegaz l’arte tesse il filo della libertà

di - 3 Ottobre 2025

Amiternum è un importante sito archeologico collocato vicino a L’Aquila, in Abruzzo. Un tempo fiorente città romana, centro amministrativo e commerciale, è inserito in un affascinante contesto naturale dove convivono storia, memoria, cultura e paesaggio. Oggi, tra i monumenti più rilevanti visitabili, vi sono i resti di un Teatro e di un Anfiteatro del I secolo d.C., l’uno simbolo di cultura imperiale, l’altro di intrattenimento popolare e sociale. L’Anfiteatro era inoltre vicino a un Tempio che fonti e iscrizioni hanno dimostrato essere dedicato al culto di Feronia, divinità italica antica associata a luoghi naturali e sacri, alla fertilità della terra, ai boschi, alle fiere, alla libertà, intesa come liberazione dalla schiavitù.

È a partire da quelle iscrizioni che nasce l’opera dell’artista eritrea Muna Mussie, Domus Feroniae, a cura di Serena Schioppa e Giulia Floris, metafora della dimora della dea, trasposta nelle sale degli spazi della Fondazione Menegaz. Una sorta di ricamo decorativo centrato sull’identità della figura femminile e realizzato grazie alle residenze dell’artista in Abruzzo nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga e alla collaborazione con l’Azienda tessile Arcolaio fondata in provincia di Teramo nel 1953 e promotrice dal 2023 del Premio Arcolaio Art Prize. La visual artist e performer ha potuto così non soltanto conoscere in maniera approfondita il territorio ma anche consegnare a esso una narrazione che recupera la memoria storica e la oltrepassa per giungere a tematiche attuali, internazionali e relazionali.

Muna Mussie, ritratto, 2025. Ph Matilde Piazzi

L’opera è costituita da 12 pannelli Jacquard, tecnica che permette di creare direttamente nel tessuto motivi intricati e dettagliati con un accurato controllo dei fili della trama. I pannelli esposti in un percorso inizialmente ordinato restituiscono ognuno una parte della mappa di Amiternum, reinterpretata e curata in ogni dettaglio. Visibili su entrambi i lati e in dialogo tra loro, i tessuti, grazie all’utilizzo del bianco e del nero, sono espressione del positivo e del negativo, del contrasto tra luce e buio, del conflitto tra opposti. Sono simbolo di una frattura o strappo, parte tra l’altro integrante dell’atto performativo che ha inaugurato la mostra, nel segno della parola, della ritualità e del gesto, alla ricerca dell’ignoto e della memoria, tutti temi fondanti della cifra artistica di Mussie.

Muna Mussie, Domus Feroniae, veduta della mostra, Fondazione Malvina Menegaz, Ph Paolo Ceritano per Arcolaio Art Prize

I pannelli vengono realizzati con ordito a due fili in cotone e lino e contengono elementi di rottura del tessuto, stramature che grazie a tecniche e a fasi di lavorazione specializzate hanno consentito di trattenere nastri catarifrangenti che creano giochi di luce complessi, come elemento di contemporaneità ed emergenza. Pensiamo alle emergenze odierne locali, nazionali e globali, continuamente sotto i riflettori: crisi, conflitti, disastri climatici e ambientali, zone colpite dalle guerre, emergenze sanitarie, migrazioni, violazione dei diritti umani. I nastri indicano un passaggio fra il bianco e il nero, un margine, un confine da valicare.

Non solo. Sullo sfondo sono presenti passi in latino tratti dal Liber Paradisus, documento storico della metà del Duecento legato alla liberazione di schiavi a Bologna, primo atto di liberazione dei servi della gleba. Trattasi di un registro ufficiale che documentava le terre che venivano liberate dagli schiavi e assegnate ai loro nuovi proprietari liberi, quindi un atto di liberazione collettiva sancito dalle autorità, divenuto poi legislativo. Nella sala che chiude il percorso viene meno la struttura, fino a quel momento lineare, i negativi si intervallano, la soglia non esiste più. Una volta avvenuta la frammentazione il rimosso è riportato completamente in superficie e può avvenire la liberazione da ogni vincolo o prigione.

Muna Mussie, Domus Feroniae, veduta della mostra, Fondazione Malvina Menegaz, Ph Paolo Ceritano per Arcolaio Art Prize

Oltre ai temi sopra citati l’opera indaga il tragitto verso la liberazione attraverso il valore delle tradizioni locali e dell’artigianato nelle donne schiave portate in Abruzzo, ad esempio donne turche e cipriote, divenute fondamento del settore tessile locale che in antichità attraverso la tessitura hanno ottenuto l’emancipazione e l’autonomia come simbolo di resistenza. Tale simbolo corrisponde a quello dell’Azienda Arcolaio da sempre attenta al legame con la propria terra, alla sperimentazione e alla sostenibilità dei materiali, ultima grande produttrice di tessitura Jacquard sul territorio.

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