Pasolini. E basta

di - 4 Settembre 2014
In search of the death of the poet/only to find the killer inside me/ sharpening his tools of ignorance on the memories of never forgotten acts of / kindness in words and deeds, / ideas impossible to comprehend/ in a school in Casarsa I sit at my teacher’s desk/ yearning then hearing the music of the waves/ that wash the feet of the messiah on the beach at Idroscalo, those who weave their spell in silver are forever bound to the lithe body of Giotto constantly in search of the creation of the winning goal forever offside in the lead of the faithful of which I am one.

In cerca della morte del poeta solo per ritrovare l’assassino che mi abita, affilando le sue armi ignoranti sulle memorie di atti indimenticabili di gentilezza di parola e d’azione, idee impossibili da comprendere mentre sono seduto sulla cattedra del mio maestro in una scuola di Casarsa, prego e ascolto le onde che bagnano i piedi del messia sulla spiaggia dell’Idroscalo, ascolto le voci di argento che sono in eterno legate al corpo esile di un Giotto alla ricerca senza fine della creazione e del gol vincente per sempre dalla parte sbagliata dei credenti, dei quali io sono uno.

Con questo epigramma Abel Ferrara presenta il suo Pasolini Willelm Dafoe. Un commento all’ultimo progetto che Pasolini stava componendo, Pornoteokolossal.
Willelm Dafoe presta la musica dell’inglese americano di Allen Ginsberg e dell’Hydrogen Jukebox al discorso libero e indiretto che Abel Ferrara mette in scena per ritrarre la vita intera di un poeta nelle sue ultime ventiquattro ore. Una giornata che non è diversa da tutte le altre, con le agende fitte di appuntamenti, interviste, chiamate, con la scrivania traboccante di carte, libri, appunti di film ancora da fare e di libri ancora da scrivere. Un Pasolini vitale fino all’ultimo respiro e decisamente ostinato a volere l’impossibile, quindi profondamente realista. Profondamente realista è Abel Ferrara che si appropria del corpo giottesco di Pasolini, rimettendo in scena la sua morte come Pasolini fa nella crocefissione di Cristo nella Ricotta. Willelm Dafoe ne è il corpo cristologico, lapidato e insanguinato fino all’insulto completo dell’Alfa Romeo che schiaccia ll suo corpo morente. Gli assassini non sono colpevoli, sono crudeli e inconsapevoli, stanno vendicando sul corpo della loro vittima le crudeltà inflitte loro dai potenti.
Le prime sequenze del film sono quelle di Salò o le centoventi giornate di Sodoma, in parte girate in ville palladiane, di cui intravediamo i saloni. Pasolini Dafoe è in sala di montaggio e le commenta. Scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati un piacere. Rifiutare questo scandalo è moralismo. La scelta è di ritrarre Pasolini dopo l’abiura della trilogia della vita, intento a nuovi progetti e ancora profondamente appassionato al suo lavoro e alle persone che ama. Pasolini intento a chiudere Petrolio, a iniziare altri progetti, a scrivere ancora. Proprio la sequenza della messa in scena di una pagina di Petrolio segue quella delle centoventi giornate di Sodoma: in un mare di terra umida e di erba, ancorata all’orizzonte campeggia un edificio d’appartamenti popolari; come soldati o una squadra di operai un gruppo di giovani attende in coda la fellatio di un uomo elegante, Carlo, l’ingegnere di Petrolio. Seguiamo Carlo nella prestazione e poi in un salotto dove si discute di potere e di compromessi, grandi, con la malavita. Infine Carlo ascolta un poeta che parla di forma e di narrazione. La narrazione è morta, la forma è il rapporto che esiste fra un’opera e il suo autore. Tra interviste, visite di amici e parole di tenerezza quotidiana, Pasolini pensa al suo progetto, in cui Eduardo De Filippo (nel film Ninetto Davoli) avrebbe dovuto interpretare un re mago che insegue la cometa con un giovane, Ninetto Davoli (nel film Riccardo Scamarcio), e dato che la cometa non porta ad alcun messia, ai due rimane solo la fede. La stessa fede nella vita, nella gentilezza e nei progetti che porta Pasolini nell’ultimo abbraccio all’Idroscalo.
Un film costruito come un omaggio appassionato, seguendo le traduzioni inglesi delle ultime interviste concesse da Pasolini. Finito il tempo delle inchieste e delle ideologie – ma molto vivo invece quello delle celebrazioni con le tante mostre dedicato all’intellettuale di origine friulana, solo per citare le ultime: quella chiusa da poco a Palazzo delle Esposizioni a Roma e quella in corso a Matera –  Abel Ferrara fa una dichiarazione di fede e chi lo guarda può solo aderire o rifiutarla.
Polemiche sull’uso dell’inglese cui Ferrara risponde molto semplicemente: è irrealistico per un attore dire qualcosa di intimo in una lingua che non è la sua.

Ha collaborato con Duel, Duellanti, D’Architettura scrivendo di spazio e arte. Collabora con Exibart dopo aver pubblicamente richiesto a Germano Celant di firmare una dichiarazione che ripetesse le sue parole “Ragazzi, l’arte, in fondo, è artigianato”. La richiesta non è stata esaudita. Ha inoltre studiato presso l’Università IUAV di Venezia, dove ha seguito il laboratorio di Joseph Kosuth e ha conseguito un dottorato in Urbanistica nel 2012, dopo un periodo di studi negli Stati Uniti presso la UMBC di Baltimora e la New School di New York. Svolge attività didattica e di ricerca all’Università IUAV. Fra i suoi testi, Corridoi. La linea in Occidente, Quodlibet, Macerata 2014.

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