POESIA PER UNA RIVOLUZIONE

di - 19 Giugno 2015
In occasione della sua mostra “Il Était une fois”, a Villa Medici sino al 13 settembre, Jean-Luc Moulène incontra il pubblico, sostenuto dal suo sparring partner, come si è definito lui, Éric de Chassey, curatore della mostra, nonché direttore dell’Accademia di Francia.
Senza magari farci troppo caso, molti di voi avranno già visto, o vedranno, alcune opere dell’artista francese, utilizzate da Dahn Vo in “Slip of the Tongue” a Punta della Dogana.
Moulène, classe 1955, formatosi negli anni Settanta tra Versailles – dove incontrerà il body artist Michel Journiac – e Parigi, comincia la sua attività artistica come fotografo, iniziando a esporre in Francia dalla fine degli anni Ottanta. Ma partiamo dall’inizio: perché questa mostra, perché ora, e qui?
C’era una volta, è proprio il caso di iniziare così, la mostra “Opus + One” al DIA Art Foundation di New York, prima retrospettiva di Moulene negli Stati Uniti tenuta nel 2012. Già in fase di progettazione era scaturita l’idea di portarla a Villa Medici a Roma – luogo non sconosciuto all’artista, che vi aveva già lavorato nel 1999 per la collettiva “La Mémoire”, che chiudeva il celebre progetto “La Ville, Le Jardin, La Mémorie”, curato da Laurance Bossé, Hans Ulrich Obrist e Carolyn Christov Bakargiev . Un’idea tira l’altra, si fa presto a concepire una trilogia, di cui “Il Était une fois” rappresenta l’ultimo capitolo – avrebbe dovuto esporre solo opere inedite e nessuna fotografia, ma poi le cose sono cambiate in corso d’opera –  dopo la mostra fotografica “Disjonctions” (Transpalette Centre d’Art Contemporain, Bourges, 2014) e la retrospettiva “Documents & Opus (1985-2014)” al Kunstverein di Hannover all’inizio del 2015.

«Non c’è apparentemente nessun tema o collegamento tra le opere», ci rivela l’artista nella magica cornice dei giardini di Villa Medici. «Questo perché io ho voluto pensare la mostra come un’opera in sé stessa, per cui essendo un’opera unica, è come se ci fossero le varie figure, gli elementi decorativi, il paesaggio, e tutto ciò fa parte di un solo quadro, per cui per preparare questa mostra abbiamo guardato molto perché io ho cercato di costruirla in termini plastici, vedere come interagivano i materiali tra di loro, come appariva questa relazione, se riusciva ad apparire una relazione armonica, come le statue di questo giardino le cui braccia e gambe sono di un materiale diverso rispetto al corpo e non è un risultato scioccante ma anzi ha una sua armonia. E questo era quello che volevo ottenere con la mia mostra».
Nonostante l’apparente distanza dal mondo della fotografia, medium utilizzato da Moulène fino la fine degli anni ’90 e poi lasciato per sperimentare altri linguaggi – scultura, disegno, video -, una volta capito che «l’immagine non funzionava più, perché era esplosa la fotografia digitale e ha rivoluzionato tutto il sistema di comunicazione sociale», l’artista rivendica alla sua mostra una certa continuità con il processo fotografico quando afferma che «in questa mostra ho creato poche cose, per lo più le ho colte, catturate, anche i colori sono colori osservabili, che possono essere visti, per cui in questo senso non mi sono separato molto da quella che era la mia passione iniziale per la fotografia, registrando ciò che già esisteva, però in questo caso il restituire comporta anche un mio ritiro, un farmi indietro».
Moulène ha vissuto le stanze e i giardini di Villa Medici, lasciandosi impregnare dello spirito locale, dandosi modo di sentire il genius loci. E genius loci a Villa Medici vuol dire ovviamente anche Balthus, sotto il cui direttorato l’Accademia vide una nuova primavera e si aprirono le sale oggi destinate alle esposizioni temporanee.

Un omaggio al Maestro è esplicitamente ricercato nei colori azzurro, giallo e porpora, che impregnano le pareti di alcune stanze della mostra, e che sono stati realizzati con l’aiuto di una restauratrice attualmente all’opera sulle opere balthusiane di Villa Medici – anche se il risultato finale è molto distante dalla loro solennità, sebbene, diversamente, altrettanto efficace: «Io volevo usare i colori con uno scopo preciso, l’azzurro attira e quindi nella prima sala per attirare le persone», rivela Moulène. «Il giallo invece fissa la percezione delle cose, e poiché la sala gialla è l’asse della mostra, volevo che svolgesse un particolare ruolo di centralità rispetto alla mostra, che poi è un corpo».
Come al corpo (umano) rimanda la cerosa e morbida trasparenza della pelle, della carne, richiamata dall’onice delle stellari sculture Sample: è la penultima tappa prima del misterioso video Les Trois Grâces conclusivo della mostra, in cui tre donne nude sembrano scimmiottare le pose classiche dell’iconografia delle Tre Grazie, in una  metafisica luce pomeridiana.
E a proposito di corpo, sembra di percepire un retrogusto di Balthus in quel senso di costrizione e di violenza che pervade molte opere di Mouléne. Quello stesso apparente disagio con cui i corpi di Balthus abitano lo spazio, la loro stessa difficoltosa legnosità, paiono apparire ad esempio nel ritratto fotografico di Manuel Joseph – poeta con il quale l’artista ha collaborato in passato proprio in questo luogo – così come in quelle sculture dove i materiali sono uniti forzatamente tra loro – vedi le bolle di vetro colorato Tricolore costrette in scheletri di acciaio, o gli assemblaggi imposti a parti di sculture da giardino antiche (che a differenza di quelle composte di Dahn Vo, tagliate chirurgicamente via laser, sono levigate sino a creare i punti di incastro), vedi la malatamente armonica scultura La Pucelle, ibrido composto da un busto, una figura muliebre e un’aquila.

«Penso che non ci sia arte senza condizioni», spiega Mouléne, dandoci qualche indizio sulla sua visione artistica, e di vita «non si tratta di un esercizio libero, noi non siamo liberi. Ed è chiaro nei Tricolore dove il metallo è una condizione del vetro e della forma. Un’opera d’arte è il luogo di un conflitto, non di tranquillità. Io sono vicino a Bertold Brecht: tu osservatore devi risolvere da solo questo conflitto, puoi decidere se preferisci i colori in espansione oppure la griglia di metallo, come nella vita è un modo per darti l’opportunità di scegliere e impegnarti. Non c’è arte senza condizioni, e questo è importante».
Qualcuno dal pubblico, durante la presentazione, ha posto una domanda sulle teste di cemento (colato in maschere di gomma di personaggi veri o fittizi, di quelle che si usano a carnevale) che ritmano un poco inquietanti i gradini della scala che porta al primo piano. inevitabile l’associazione con le teste mozzate che hanno sempre funestato la storia umana dalle varie rivoluzioni agli ultimi sanguinosi eventi: la testa Janus, che accoglie i visitatori nella prima stanza, una testa bifronte ghignante e rovesciata, pare addirittura impalata.
Un poco cinicamente Moulène spiega allora che per lui «la violenza è una cosa utile perché rappresenta la volontà di vita. La barbarie no, è violenza organizzata, ma quando ti impediscono di vivere, la violenza è utile e necessaria», e che lui in questa sorta di combattimento preferisce «lavorare più con la retorica, più con la forma, con la resina, con la colla, con altri materiali, piuttosto che imbracciando un fucile, perché l’arma più potente è la parola, la poesia, e per fare le rivoluzioni serve la poesia». E così sia.

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