Prada vince ancora

di - 20 Aprile 2018
L’apertura della Torre Prada non è solamente un evento mediatico, anche se – come sempre – la Fondazione è riuscita a catalizzare tutta l’attenzione per sé anche nella settimana più folle di Milano, che non è quella dell’arte ma quella del design.
Non si tratta solo di un “allestimento permanente” della collezione né tantomeno di “esclusività” che hanno scontentato chi è rimasto fuori dagli inviti alle serate e alle preview.
E non si tratta nemmeno soltanto di una nuova mutazione dello skyline di Milano, con la “Torre Koolhaas” che si va aggiungere in un profilo che da qui raccoglie nello sguardo, da ovest a est, le silhouette dello stadio Meazza, il grattacielo di Arata Isozaki (Torre Allianz), il “Curvo” di Libeskind, il Bosco Verticale di Stefano Boeri, il vecchio Pirelli di Gio Ponti che fu, dal 1958 al ’66 il grattacielo più alto d’Europa, la Torre Velasca, e il palazzo di César Pelli nominato Torre Unicredit…le guglie del Duomo.
E quindi? Quindi l’apertura della Torre che completa il complesso della Fondazione Prada è un segno storico in una città che sta vivendo da qualche anno in un vero e proprio stato di grazia, e soprattutto è la dimostrazione di come l’arte possa cambiare il mondo. A volte dal basso, a volte dall’alto e da una dimensione “lussuosa” che, senza mezzi termini, non fa schifo a nessuno.
E muta, appunto, una città in un luogo dove vivere aggiungendo, poco simbolico e molto “effettivo”, arricchimento al tessuto urbano e culturale.

Torre Fondazione Prada, MilanoProgetto architettonico di OMA Foto: Bas Princen 2018Courtesy Fondazione Prada

Se una volta il vecchio grattacielo a spigoli davanti alla stazione Centrale era il più alto d’Europa, oggi grazie a Prada, Hangar Bicocca, Frigoriferi Milanesi, alle commissioni di Trussardi, e grazie a tutto un tessuto di gallerie, musei e case museo, case d’asta, spazi indipendenti e infinite iniziative culturali (da Piano City a Museo City, dalle Fashion Week alle fiere dei fiori e dell’artigianato) Milano sembra poter competere con il mondo attraverso una serie di esclusività.
Perché (perdonateci ancora per la superbia) un complesso come quello che Koolhaas ha messo in piedi per Prada non l’ha nessuno al mondo, né tantomeno un Hangar dove poter fare mostre.
Nella società delle immagini e dell’apparenza che si addita continuamente come “falso e tendenzioso” ma dove ognuno di noi se ne sta lì continuamente a scorrere il profilo del vicino, che è sempre più verde, Milano sembra essere tornata a quella dimensione del “progetto”, uscita dunque dalla pura “immagine”, che contraddistingueva l’epoca dei nostri nonni che – designer e artisti – rimettevano mano alla città e creavano nuovi oggetti per la vita, facendo la fortuna intellettuale di un luogo.
Ecco che la rinascita di Milano, per la seconda volta in meno di mezzo secolo, sembra essere passata di qui, in un modo che è forse l’unico se si invoca una risalita “umana” e non solo fatta di banche e imprese. Per fortuna, insomma, nella città “di rapina” d’Italia (ovvero dove secondo il vecchio ideale industriale-capitalistico si andava per fare affari e si scappava) qualcuno ha invece scelto di investire sul territorio e non solo in televisioni o squadre di calcio.

Torre Fondazione Prada, Milano Progetto architettonico di OMA Foto: Bas Princen 2018 Courtesy Fondazione Prada

Che siano speculazioni o meno dei diretti interessati poco ci interessa, e per una volta tanto bisognerebbe guardare al risultato e alle intenzioni. Anche ai sogni, forse.
Proprio poche ore fa il sindaco Giuseppe Sala ha parlato del necessario prolungamento della linea 5 della metropolitana per cercare di arginare il mostruoso traffico che ha segnato Milano anche questi giorni; dalla Terrazza della Torre di Prada, invece, si spalanca frontale lo spazio del vecchio scalo ferroviario di Porta Romana, oggi un ammasso di binari morti che fanno scudo a due rotaie suburbane in funzione che potrebbero, invece, essere circondate da un immenso (in rapporto alle dimensioni della città, ovviamente) parco urbano, un po’ come i chilometri di alberi che dovrebbero fare da cintura verde in corrispondenza delle tangenziali milanesi, un po’ come la riapertura della cerchia dei Navigli.
Sembrano tutte utopie, ma fino a pochi anni fa anche avere un centro per l’arte in una zona disperata come quella che era intorno a Largo Isarco pareva un miraggio, così come spostarsi verso quell’alveare creato da Gregotti che è il quartiere Bicocca per andare a vedere mostre contemporanee sembrava assurdo…eppure oggi l’Hangar ha portato vita a quel luogo dove le case sono state costruite nel nulla. A Milano, con lungimiranza e caparbietà (e sì, certo, anche col denaro!) questi sogni – non di vanagloria – sono diventati realtà che hanno trasformato una metropoli, la cui onda continua.
Immagine  del  progetto”Atlas”Torre  –Fondazione  Prada,  MilanoFotoDelfino  Sisto  Legnani  e  Marco  CappellettiCourtesy  Fondazione  Prada
Ed è fantastico osservarlo da questi 60 metri di cemento candido e vetro: nove piani su base trapezoidale o rettangolare, uniti anche al Deposito con un ascensore trasparente, che mettono in mostra “assoli o confronti, creati per assonanza o contrasto”, partendo dalla prima sala con Carla Accardi e Jeff Koons, e arrivando a quella più clamorosamente ariosa e incredibile che gioca con le forme di Michael Heizer e le vasche del mare di Pino Pascali. Al ristorante, invece, con gli arredi originali della fine degli anni ’50 del “Four Seasons” di New York, vi guarderà bere e mangiare una incredibile Testa di Medusa di Lucio Fontana (1948-1954).
Qui troverete anche l’ormai celebre (grazie al tam tam sui social) parete bar su fondo vetrato, per un doppio skyline metropolitano: non sappiamo se vi sia un riferimento implicito alla vecchia “Milano da bere”, ma quel che è certo è che da allora sono cambiati i paradigmi, mentre l’entusiasmo sembra rimasto tale.
Matteo Bergamini

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