Quasi Vero, Studio Cervo, Napoli, 2025, ph. Amedeo Benestante
Nel sottosuolo di Napoli, lontano dalle geometrie rassicuranti del white cube, Studio Cervo apre le proprie porte con una nuova edizione di quasi vero, progetto ideato da Erika Nevia Cervo e Fabrizio Cicero e curato insieme a Francesca Blandino, che reinterpreta lo spazio dello studio d’artista come campo di forze, dispositivo critico in cui l’idea è colta in una fase cruciale, ancora non formata come opera e, per questo, esposta a ogni possibile influsso. Lavori finiti o in divenire, materiali grezzi, attrezzi, frammenti, convivono in una promiscuità visiva che annulla la distinzione tra contenitore e contenuto e rinuncia a ogni neutralità. Le opere degli artisti e delle artiste invitate – Alessandra Arnò, Zaelia Bishop, Marta Perroni, Gianluca Quaglia, Caterina Sammartino, Daniele Spanò, Ucci ucci, già provenienti da realtà no-profit e a forte carattere comunitario – si innestano nel metabolismo del luogo.
Il progetto aggiunge un altro layer di azione e di pensiero in un ambiente già carico di stratificazioni materiali e simboliche: una labirintica area sotterranea in vico San Domenico Maggiore, già deposito di bare e poi atelier della Famiglia Cervo, oggi riattivata come spazio di produzione e di confronto. Aprire al pubblico un luogo del genere significa mettere in discussione l’idea stessa di esposizione nelle sue varie fasi, rendendo visibile quella zona grigia in cui il fare artistico resta ambiguo, poroso, “quasi vero”.
In questo senso, quasi vero lavora dall’interno del processo creativo, assumendo il laboratorio dello Studio Cervo come metodo e come forma. Il riferimento è alla biblioteca di Aby Warburg, organizzata secondo un principio emozionale e pluridirezionale, si traduce qui in una modalità espositiva che privilegia l’incontro fortuito, la connessione inattesa, la deriva interpretativa. Come nel pensiero warburghiano, le opere non sono ordinate secondo tassonomie rigide ma attivate da prossimità, attriti e risonanze.
La scelta di eliminare le didascalie in primo piano rafforza questa impostazione. Chi entra nello spazio è chiamato a orientarsi senza mediazioni forti, affidandosi all’intuizione, alla percezione, alla scoperta. Il significato non è dato, ma emerge come possibilità, come costruzione temporanea che nasce tra le opere, gli oggetti residuali e l’archeologia stessa dello spazio.
quasi vero si situa dunque su un piano di scivolamento verso la possibilità, per una disamina del fare artistico come processo aperto e relazionale. È un progetto che rivendica l’importanza dell’interstizio, dell’incompiuto, dell’instabile, restituendo centralità a quel momento fragile e decisivo in cui l’opera non è ancora opera, ma promessa e, potenzialmente, un rischio.
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