Quel gran Maestro di Magritte

di - 5 Dicembre 2017
Si intitola “Magritte, Broodthaers & l’art contemporain” ed ha inaugurato lo scorso ottobre ai Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique (MRBAB). Fino al prossimo febbraio sarà una tappa obbligata per gli appassionati d’arte che visiteranno Brussels, e forse anche una mostra che resterà un po’ nella storia, per il suo essere ricchissima di dialoghi e rapporti. Tra chi lo avrete capito già dal titolo: René Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967) e Marcel Broodthaers (Saint-Gilles, 28 gennaio 1924 – Colonia, 28 gennaio 1976)  e una serie di colleghi di generazioni successive che, guardando ai due Maestri, hanno preso spunto, lavorato su citazioni, reso omaggio e, perché no, costruito le proprie fortunate carriere.
D’altronde Broodthaers fu il primo a rimanere folgorato dalla pittura “surrealista” di Magritte, e lo ricorda la moglie dell’artista Maria Gilissen, attualmente la Presidente della Fondazione Broodthaers: «Marcel iniziò la sua avventura nell’arte con la pipa di Magritte, anzi con quella che non-era-la-pipa».

Photography (by Marcel Broodthaers) of René Magritte in his house, 1964, private collection © The Estate of Marcel Broodthaers, Belgium / ©Photo: Marcel Broodthaers

La mostra è un concentrato di rimandi, di rimbalzi, di immagini che tornano potenti e poetiche, dalla produzione alle idee dei due numi tutelari di questo omaggio: c’è per esempio Maria Gilissen Broodthaers intenta a fotografare al cavaletto (in una stampa dei primi anni ’70) e, perfettamente in corrispondenza, il medesimo cavalletto in tre dimensioni. C’è Broodthaers che ritrae il Maestro Magritte nella sua dimora, nel 1964, e si è di fronte anche in questo caso a una vera scena di metarappresentazione: dov’è l’uomo e dov’è la fotografia? E il cavalletto dell’Impero delle Luci è vero o è a sua volta un dipinto di colui il quale era stato tacciato di dipingere assai male nei primi anni della sua carriera, e che esporrà per la prima volta in Italia solo nel 1953 a Roma, alla Galleria l’Obelisco.
Ovviamente, in tutta la mostra, serpeggia la questione del linguaggio che fu inaugurato da Duchamp con il suo orinatoio rovesciato che divenne Fontana, o con quella pala da neve che era Anticipo per il braccio rotto. E allora, uno dopo l’altro, sfilano Joseph Kosuth e il lettering inconfondibile di Barbara Kruger, Martin Kippenberger e Arman: alcuni direttamente coinvolti nelle stesse visioni magrittiane, altri più prossimi a codici vicini alla pubblicità ma che, sempre, hanno dallo loro l’essere ossimorici, conturbanti, negazioni delle loro stesse rappresentazioni.
A latere, ma non per questo meno importante, è presente insieme ai “contemporanei”, anche una piccola e dettagliata mostra dedicata a Marcel Lecomte e al suo rapporto con Magritte. Poeta e scrittore belga, nata nella stessa Saint-Gilles che darà i natali da Broodthaers (surrealisticamente parlando potrebbe essere un bel caso), nel 1925 pubblicò il suo Applications, che era stato appunto illustrato dall’amico René. Un passaggio che, in qualche modo, gli porterà fortuna visto che l’anno successivo (nel pieno del Surrealismo, il cui Manifesto era stato redatto nel 1924) Magritte incontrerà André Breton e si trasferirà per tre anni a Parigi prima di tornare definitivamente a Jette (a nord di Brussels) con la compagna di una vita Georgette, e da lì diventare il grande pittore che oggi conosciamo.

Marcel Broodthaers, Quatre pipes alphabet (Pipe A), detail, 1969, Royal Museums of Fine Arts of Belgium, Inv. 12248 © The Estate of Marcel Broodthaers, Belgium / © RMFAB, Brussels / photo: J. Geleyns / Ro Scan

Quel pittore che è riuscito ad andare al di là della pittura usando semplicemente tela, cavalletto e pennello, dipingendo in maniera accademica e vestendo perennemente gli abiti dell’uomo comune, con la classica bombetta dell’epoca che è entrata nel mito. E, se vogliamo, che è riuscita a scardinare anche l’idea dell’artista maledetto, portandoci quasi alla visione attuale dell’artista-imprenditore di se stesso.
Ma Magritte, invece, era semplicemente un uomo che aveva preso sul serio le parole e le cose, per citare il celebre saggio di Michel Foucault, in cui un passaggio chiave per comprendere l’opera magrittiana dice: “In una rappresentazione il pensiero può saldare se stesso, e saldare un segno verbale,  a un elemento che di essa fa parte, a una circostanza che l’accompagna, a un’altra cosa, assente, che ad essa somiglia e torna per causa della sua memoria”. Ed era Magritte stesso ad affermare, ripreso dallo stesso Foucault nel breve saggio “Questo non è una pipa” la più lampante e semplice visione sulla sua pittura e sul concetto che le stava accanto: «I titoli sono scelti in modo da impedire che i miei quadri vengano situati in una regione famigliare, che l’automatismo del pensiero non mancherebbe di evocare per sottrarsi all’inquietudine».

Arman, Le temps n’est plus menaçant, ca. 1989, private collection © Sabam 2017 / Photo: © Studio Philippe de Formanoir

E così l’illusionista onirico continua ad affascinare tremendamente generazioni intere, e a perturbare come accade nell’ultima sala che il MRBAB gli dedica, e che è rivolta al tema della fine. Un termine che Magritte non vede, se non come una soglia. Come un Au-delà, dal nome di una tela che viene dipinta paradossalmente nel 1938 e non in tempi più vicini alla morte: in un deserto assolato ma all’apparenza nemmeno troppo caldo una lapide a terra; qual è il vero aldilà se non questo scenario? E cos’è la lapide, in fondo, se non il contenitore di quel “mezzo”, la morte, attraverso il quale abbiamo ottenuto il passaggio? Una sala magnetica, dove in alto su una parete troverete anche una piccola finestra provvista di qualche sbarra in ferro a renderne impossibile qualsiasi passaggio verso l’esterno (o l’interno?), ammesso si riuscisse ad arrivarvi. È un al di là firmato da Robert Gober, con tanto di cielo all’alba (o al tramonto?) oltre le fessure. L’ennesimo vincolo di pensiero e linguaggio che questa mostra offre e medesimamente scardina.
E se una volta fuori dal museo aveste voglia di assaporare ancora un po’ di Surrealismo eccovi serviti: oltre al Greenwich Café dove Magritte giocava a scacchi, e che è rimasto uno splendido esempio Liberty che oggi serve ottimi piatti della cucina belga (e dove ancora troverete scacchisti dei quali ammirare le mosse), vale la pena anche fare una puntata a La Fleur en Papier Doré, bar creato nella metà degli anni 40 da Gérard van Bruaene, poeta, anarchico e filosofo che ritroviamo all’interno, in una grande fotografia insieme agli amici Louis Scutenaire, Marcel Mariën, E.L.T Mesens, Irène Hamoir, Camille Goemans e René Magritte, appunto. Un piccolo caffè, riaperto pochi anni fa, dove la stravaganza è di casa. E non solo alle pareti. Il Surrealismo è morto? Viva il Surrealismo!
Matteo Bergamini

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