Quella poesia chiamata “Strada”

di - 16 Dicembre 2018
Il direttore del Maxxi, Hou Hanru, ne ha fatta una delle sue, come quando, diversi anni fa, svuotò il museo per realizzare una bellissima mostra sul suono intitolata “Open museum, open city”.
Già allora c’era di mezzo il tema della città, delle strade. Stavolta però non ha svuotato il museo ma lo ha riempito, di tantissime cose. Oltre 200 opere per un totale di 140 artisti, una visione totalizzante di un luogo così caratterizzante. La strada è il luogo in cui tutti noi viviamo: lo attraversiamo, ci spostiamo, sostiamo. Il titolo è azzeccato: “La strada. Dove si crea il mondo”. Ed è vero, è così, perché tutti e tutto passa da lì.
Per vedere la mostra serve tempo, tanto. Perché dal delirio di confusione e di rumori, positivi manco a dirlo, ad un certo punto bisogna passare alla pratica della visione, ed i video sono davvero numerosi, ognuno a suo modo importante. Non vi basterà un pomeriggio, forse nemmeno due o tre.
Perché la mostra ha bisogno di riflessioni, i lavori – anche se alcuni già visti – sono ricollocati in modo pertinente ed equilibrato. Ci sono molti degli artisti tra i più interessanti di questa generazione, e tra gli italiani citerei Flavio Favelli, Marinella Senatore, Eugenio Tibaldi, Andrea Salvino, Patrick Tuttofuoco. Tutti diversi i medium dunque: dalle installazioni, ai dipinti, dai video alle sculture.
La mostra è una ricognizione approfondita, tanto che è stata realizzata da un team curatoriale corposo, divisa per sezioni, e indugia riflessioni non solo in merito alla vita urbana e della città, ma anche della società civile.

Jeppe Hein Modified Social Benches A-K, 2006 Courtesy the Artist, KÖNIG GALERIE, Berlin, 303 GALLERY, New York, and Galleri Nicolai Wallner, Copenhagen

A tratti potrebbe apparire didascalica, tante sono le volte in cui vediamo realmente citata la strada nelle opere, eppure ci pare che in questo momento storico la didascalia debba essere ridondante, tanto ce ne è bisogno. Perché questa, diciamolo, è una mostra politica, dal forte impatto sociale. Mapping, Interventions, Street politics, Good design, Community, Everyday Life, Open Institutions: attraverso queste “indicazioni” si raccontano le mutazioni della vita contemporanea, in uno struggente racconto di porzioni di vissuto, a volte divertente, spesse volte ben più tragico. Nella sezione “Mapping” l’arte e l’architettura, soprattutto urbanistica, convergono e caratterizzano quindi i progetti, che occupano lo spazio in maniera totalizzante. Così vediamo il gigantesco lavoro di Rosa Barba dal titolo Free Post Mersey, una serie di tubi di metallo che si dipanano ed occupano una parte consistente del museo. Realistica la pavimentazione realizzata con vero cemento, allestita nel corridoio con la vetrata che guarda su Roma, in cui l’artista Zhao Zhao ha sistemato forme di gatti schiacciati, investiti da automobili.
Per la sezione “Intervententions” molte opere video di circa 30 artisti. In questi lavori il racconto di come la strada è stata, soprattutto negli anni sessanta e settanta, un luogo privilegiato e determinante per sperimentare azioni e performance. “Street Politics” è probabilmente la parte più importante, perché il racconto verte sulla strada come luogo di tensioni sociali, di sovversioni, di resistenza al potere. Qui, tanto per citare solo alcuni lavori, The devil you know, una stella a cinque punte composta dai lampeggianti delle macchine, di Kendell Geers, che è da sempre un artista attento alle proteste politiche e sociali. “Good design” invece tratta il tema della strada in maniera più metaforica, ripensando il concetto come una ideale piattaforma per avviare sperimentazioni, da quelle tecnologiche a quelle della comunicazione. In questa sezione per esempio, i Velodream, prototipi per una nuova forma di veicoli sostenibili di Patrick Tuttofuoco, un bellissimo video di Carsten Nicolai, poi ancora opere di artisti di generazioni passate come Nam June Paik, ma anche contemporanei come Sisley Xhafa. Anche nella sezione “Community” la strada ha una valenza sociale, in quanto luogo in cui ridefinire confini e caratteri delle minoranze. Vediamo quindi il grande wall di Boa Mistura, pensato appositamente per il museo, ma anche il lavoro di Francys Alys Paradox of Praxis 5.
Allora & Calzadilla Returning a Sound, 2004 Courtesy the Artists
Per la strada e nella strada succedono le cose più importanti, è un grande laboratorio di avvenimenti di incontri, di vita quotidiana; ecco dunque la sezione “Everyday life”, in cui in più occasioni, con lavori di artisti di diverse generazioni, viene sottolineato come questo luogo può esprimere anche emarginazione ed esclusione sociale. Vediamo dunque l’intenso lavoro di Eugenio Tibaldi, o anche La strada di Roma di Jimmie Durham. Infine la sezione “Open Institutions”, in cui si racconta l’esperienza dei musei che si sono fatti portavoce di lavori di artisti che hanno lavorato sul territorio urbano o anche al contrario divenendo il museo stesso una strada.
Tra i tantissimi artisti internazionali, ne ricordiamo alcuni, oltre a quelli già citati: Pedro Reyes, Martin Creed, Kim Soja, Allora & Calzadilla, Erwin Wurm, Wim Delvoye, Daniel Buren.
La mostra, però, ha anche un’estensione reale nella strada, luogo in cui per esempio, già da qualche giorno, si possono vedere affissi i cartelloni di Alfredo Jaar, che ripropone un suo lavoro di qualche anno fa in cui citava una frase emblematica di Gramsci. Ma anche una serie di performance: Jeremy Deller, per esempio, ha distribuito in diverse zone della Capitale volantini/poster su cui è scritto come tutelare la propria privacy su Facebook, tema quanto mai attuale.

Venturi Scott Brown and Associates «Big Donut Drive-in», Los Angeles, ca. 1970 © Venturi Scott Brown and Associates; courtesy by Museum im Bellpark Kriens from the “Las Vegas Studio”-project curated by Hilar Stadler and Martino Stierli

Ancora poi una rassegna video nella videogallery del museo ed anche un ciclo di talk, che si terranno da qui ad aprile.
Necessario il libro catalogo che accompagna la mostra, due volumi a cura di Hou Hanru. Nel primo un manuale introduttivo, il secondo pensato come libro “visivo”, dedicato ai sette temi affrontati dalla mostra.
Sempre al Maxxi, inoltre, per la sezione architettura, la mostra “Nature_Michele De Lucchi” dal titolo L’Anello mancante.
Se poi tutto ciò non bastasse, anche la mostra “Dentro la strada Novissima”, che ripercorre le 20 facciate progettate da 20 architetti, realizzata nel 1980 all’arsenale di Venezia, per la prima Biennale di Architettura. Un privilegio per chi non ha vissuto quel periodo, leggere la rievocazione storia di un momento così importante, rievocazione che sarà fisica oltre che storica. Una sensazione incredibile ritrovarsi dentro una mostra epocale di quasi quarant’anni fa.
Sabrina Vedovotto

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