Residenza Bevilacqua

di - 3 Ottobre 2016
Sono dodici, e fino alla fine dell’anno avranno a disposizione uno studio a testa, per dedicarsi alla propria ricerca. Sono gli artisti dell’annuale programma di residenze di Bevilacqua La Masa, divisi tra le sedi di Giudecca e Palazzo Carminati.
Ana Blagojevic, Claire Bosi, Lucia Del Zotto, Melania Fusco, Caterina Gabelli, Malgorzata Maria Jagiello, Alberto Luparelli, Gioele Peressini, Nuvola Ravera, Gaetano Olmo Stuppia, Francesco Zanatta e Michelangelo Zoppini sono stati selezionati da una giuria composta da Giancarlo Borile, ex Presidente dell’Istituzione (che, ricordiamolo, sta ancora aspettando una figura forte al proprio vertice, dopo l’uscita di Angela Vettese e soprattutto dopo le intenzioni del comune di smantellare la Fondazione, poi rientrate, e ora in attesa di definizione) dal curatore di BLMasa Stefano Coletto, da Elisabetta Barisoni, conservatore di Ca’ Pesaro e dalla gallerista Caterina Tognon.

Ad un primo sguardo, tra tutti, c’è una bella differenza tra generi. Sarà colpa delle età variegate, sarà colpa dei diversi percorsi, e sarà che se anche molti di questi giovani (hanno tutti meno di 35 anni) si ritrovano tra aule dello IUAV, o dell’Accademia di Belle Arti, mantengono una buona dose di originalità che mostra davvero un’annata decisamente eterogenea.
Ci sono installazioni, fotografie, ci sono progetti pubblici, idee performative, resoconti che intrecciano storie personali, e forse ancora una volta la Fondazione Bevilacqua La Masa è l’istituzione cardine per raccontare le prossime vie dell’arte, con i caratteri tipici e i ripensamenti che si hanno in gioventù, e una buona dose di avventura.

Di pittura si occupa Francesco Zanatta, che in residenza alla Giudecca tira fuori da alcune ricognizioni fotografiche realizzate in aree dismesse delle campagne venete, campi e zone incolte o vituperate dalla mano dell’uomo e poi abbandonate in attesa di nuovi ripristini,  paesaggi su tela al limite tra l’onirico e lo psichedelico. Nei suoi quadri le proporzioni vengono rimescolate come l’olio, senza un preciso punto di vista, e i grovigli colorati – queste strane selve oscure di pittura – nascono direttamente sul supporto. «Lavoro inserendo una traccia iniziale, ma quello che mi interessa è l’esperienza con il luogo», ci spiega l’artista, riportandoci all’idea di una pittura site specific.

Decisamente differente il lavoro della padovana Caterina Gabelli, nello studio accanto. Con un passato nella grafica e come fondatrice del gruppo Studio Fludd, Gabelli ha creato libri e illustrazioni, eventi e graphic design, ma poi succede che un inceppo renda una pratica artistica piuttosto schematica in un intreccio di emozionalità, e il vero “corpo” di un lavoro in progress. In questo caso l’intralcio ha a che fare con delle gonne: l’indumento femminile per eccellenza diviene il capitolo spinoso di una serie di indagini, di domande, di scenari che prendono corpo dall’esperienza personale e dalla cronaca, dove il tabù sentimentale e la psicologia restano temi fortissimi: imprescindibile, insomma, quella che è la vita di un oggetto che modifica il nostro modo di percepire, e di rapportarci con noi stessi, le nostre ansie e ossessioni.

Gaetano Olmo Stuppia, milanese, ha invaso l’ultimo piano di Palazzo Carminati accumulando non solo di materiali, ma anche intenzioni, progetti, con l’aria beffarda di chi sa il fatto suo. Al momento della nostra visita lo spazio, però, è completamente diviso in due parti: in una il caos, nell’altra il vuoto. Dentro questo caos Stuppia raccoglie e manipola il presente con video e performance: durante un opening degli studi si è presentato con un caftano, non parlando con nessuno ma ventriloquando una nenia simile a una qualsiasi preghiera islamica alle orecchie di un occidentale, e offrendo al pubblico una misteriosa bevanda verde: l’incontro con l’altro non è dirompente ma inquietante. O ancora il programma Suicide a Venise, workshop che si svolge all’interno dell’installazione Montaigne a Venise di Yona Friedman e che racconta di come un percorso verso la “dormizione” possa identificarsi con seduzione e sublimazione della pulsione mortifera che alberga dentro ognuno di noi. Un momento, questo, che guarda alla città: quale rinnovamento per Venezia e la sua Laguna? Quale possibilità per l’indagine del corpo pubblico e dell’architettura nell’oggi?
Giole Peressini, friulano con studi allo IUAV classe 1990, ha invece uno spazio rigoroso: si occupa di teatro, ma non è attore né performer. Piuttosto si definisce un teorico, e quel che sta cercando da questa residenza è una possibilità di messa in scena di un corpo/abito-automatismo: qualcosa che parli di movimento, di un innesto tra fisico e scenico senza per forza dover essere “copione”, bypassando una “meccanica” del corpo.
Affascinato dalla cultura televisiva della sua decade di nascita, tra gli obiettivi c’è quello di portare un riscatto a “Non è la RAI”, il programma televisivo di Gianni Boncompagni, dove aveva preso forma la figura dell’ex teenager Ambra, e che in qualche modo ha aperto la strada a tutto il riversamento di vallette, tronisti, isole, case di Grandi Fratelli, e chi più ne ha più ne metta: cosa ha significato per l’Italia intera? Cosa è rimasto ai quasi trentenni di oggi? Come questo modo di comunicare ha cambiato per sempre il nostro DNA e come si può raccontare ora di un’epoca lontana anni luce, ma ancora vicinissima per “impatto”?

Claire Bosi è invece forse la più prossima a un risultato che ben conosciamo nelle pratiche attuali: l’arte partecipativa. Con il progetto di un orto urbano con biblioteca da realizzare ipoteticamente alla Serra dei Giardini della Biennale, Bosi – italo francese – apre le possibilità all’arte di diventare parte integrante dell’esperienza, e l’esperienza del “costruire” a sua volta diventa protagonista della difficoltà di portare un differente modello cognitivo alla comunità, e all’attenzione della burocrazia.
L’universo di Nuvola Ravera, a proposito di “cognizione”, è altrettanto complesso ma virato ad una sorta di esperienza sovrannaturale, dedicata alla modificazione percettiva: Ravera ha lavorato sui volti di Venezia, il notturno e il divino, e ha posto la sua idea di arte come possibile valore “curativo” su più livelli. Non sapete come immaginare queste idee? Potete farvi guidare allora dal bugiardino dei 32 + 1: trentadue modificazioni percettive, fantasticherie, allucinazioni, domande ed esperimenti che non vogliono “guidare” il pubblico, ma si chiudono con la richiesta di un possibile suggerimento per varcare la soglia di quel mondo che la realtà vuole “ordinato”, ma del quale si cerca continuamente di oltrepassare i limiti.

Melania Fusco, come Lucia Del Zotto, sono forse più impostate verso un lavoro più lento, meno vorticoso, in grado di scardinare l’ininterrotta comunicazione attuale.
Fusco è affascinata dall’arte postale, e dalle relazioni che questa pratica da sempre ha intessuto con gli artisti. Attualmente sta lavorando ad un omaggio proprio a Felicita Bevilacqua La Masa, grazie al cui attualissimo testamento si riescono ancora ad aiutare i giovani artisti (o almeno si spera): l’idea è quella di metterla su un francobollo, in una delle 40 nuove emissioni annue che escono dai poligrafici di Stato, rimettendo in circolo la sua figura di mecenate decisamente misconosciuta oggi.
Lucia Del Zotto ha invece a che fare con la carta più preziosa di sempre: quella del libro d’artista. Nel suo studio ai Carminati esempi splendidi, e un progetto al limite dell’impossibile: inflazionare la produzione di questo anno di residenza, producendo più esemplari possibili, autoimponendosi una scansione temporale serrata.

Difficile immaginare quello che sarà, al termine di questo periodo di “studi”, l’arte per ognuno dei residenti, anche se già si potrebbero fare scommesse sul futuro. Ma ancora una volta, invece, forse è doveroso suggerire quanto sia importante – per un artista – avere la possibilità di mettersi in gioco sul lungo periodo, sicuramente in un luogo protetto, ma che ha il compito di arricchire l’esperienza e creare le intelligenze di domani. Anche per questo, chi sostiene Fondazione Bevilacqua La Masa, ha un impegno non tanto morale quanto etico, in più.
Matteo Bergamini

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