Rothko, questa volta il nero non inghiotte il rosso

di - 2 Novembre 2012

La scena si apre sullo studio di un pittore, al centro la riproduzione di un’opera dal carattere inconfondibile: le campiture ampie di un rosso pulsante percorse da due tratti verticali di un tono più cupo, come ferite aperte. L’uomo seduto in poltrona, interpretato da Ferdinando Bruni, è Mark Rothko, al secolo Markus Rotkowicz.

Inizia così uno degli spettacoli più interessanti della stagione, Red, scritto da John Logan e portato in scena da Francesco Frongia, con la traduzione del bravissimo Matteo Colombo, già traduttore di Chuck Palahniuk, Jennifer Egan, Don DeLillo. Rothko è una figura idolatrata dell’arte contemporanea, oggetto di un culto che talvolta è lecito sospettare sia fonte di opacizzazione e parziale incomprensione del suo lavoro. Un culto raccontato anche nel gelido Cosmopolis proprio di DeLillo, nel quale il multimiliardario Eric Packer ha come unico sogno irrealizzabile l’acquisto in blocco della cappella Rothko a Houston, un santuario laico progettato dall’artista per la contemplazione delle proprie opere.

Esponente della Color Field Painting, corrente nata e sviluppatasi durante la stagione incandescente delle avanguardie americane degli anni Cinquanta, anima lirica e riduzionista dell’Espressionismo Astratto, Rothko è una delle figure più complesse e misteriose del movimento. Insieme a Jackson Pollock, Willem De Kooning, Franz Klein, Robert Motherwell, Barnett Newman, contribuì a rivoluzionare l’arte americana, affrancandola da un realismo ormai stanco e imprimendole una spinta innovativa che mai come allora si era manifestata nelle arti visive del giovane continente.

Il testo di Logan si concentra sul rapporto tra l’artista e il suo giovane assistente, interpretato dal bravo Alejandro Bruni Ocaña, un rapporto tra mentore e allievo che scatena i conflitti interiori di Rothko, rappresentato come un uomo burbero, egocentrico, lucido e terrorizzato dall’idea della scomparsa dalla scena. Il testo di Logan in italiano suona ricercato e dai ritmi sincopati, spezzato dai furori dell’artista e dalla violenza delle sue imprecazioni, dilatato nelle riflessioni sull’arte e sulla pittura, che hanno il merito di gettare luce sulla sua ricerca antifigurativa, sebbene talvolta lo spettacolo sembri pagare lo scotto di una eccessiva caratterizzazione dei personaggi, soprattutto di quello del pittore interpretato da Bruni.

Matteo Colombo, che per la prima volta si è confrontato con il teatro, riguardo al lavoro sul testo pluripremiato di Logan spiega: «È stato bello in generale tradurre per il teatro. Non l’avevo mai fatto. Mi ha rivelato una serie di sfaccettature del lavoro che non conoscevo, per esempio il divario, a volte ampio, tra la stesura del traduttore, per quanto rifinita, e la versione poi allestita, che è figlia di mille adattamenti: alle specificità degli attori, alle esigenze sceniche, al semplice fatto che ciò che funziona sulla carta non necessariamente funziona pronunciato. E certo, poterlo fare su un meccanismo drammaturgico solido come quello di Logan rende il tutto più piacevole»
In merito alla difficoltà di dare voce a una figura complessa come quella di Rothko, Colombo dice: «Su Rothko avevo un’infarinatura, ma molto ho scoperto grazie a Francesco, Ferdinando e Alejandro, durante le letture a tavolino del copione, e anche grazie ai successivi incontri che hanno accompagnato la promozione dello spettacolo, in particolare con il critico d’arte ed esperto rothkiano Riccardo Venturi. Il quale ci ha tra l’altro confermato che Logan ha scritto in modo documentatissimo, inserendo nello spettacolo molte parole realmente pronunciate dall’artista. Diciamo quindi che ad aprire un canale il più possibile veritiero con la “voce” di Rothko ha provveduto il drammaturgo».

Si intuisce che ci sia molto della vita e delle parole dell’artista nello spettacolo di Frongia, e scivolare nel mondo di Rothko, artista totalmente votato alla pittura, che scelse quasi come un sacerdozio, è coinvolgente. La scelta di giocare i conflitti e le dicotomie partendo dai colori simbolo della sua tavolozza, ossia il nero e il rosso, è efficace, mentre i dialoghi serrati tra i due e  l’ambientazione unica dello studio comprimono le atmosfere e restituiscono l’idea di una totale aderenza della pratica artistica alla vita privata. Una condizione privilegiata e senza scampo, segnata dalla depressione che accompagnò Rothko per tutta la vita. Non che il testo offra risposte plausibili: il mistero di un’opera così primordiale e rarefatta rimane intonso, tristemente ma quasi prevedibilmente racchiuso nel gesto ultimo del suicidio, compiuto dall’artista nel proprio studio all’inizio della primavera del 1970. Come più volte paventato nei dialoghi con il suo assistente, alla fine “il nero inghiotte il rosso”.

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