Saluti da Maurizio

di - 30 Giugno 2015
C’è un piccolo racconto ne Un week end post-moderno di Pier Vittorio Tondelli, che si intitola Rimini come Hollywood. È apparso nel 1986, sono passati quasi trent’anni, ma è come se quel Grand Hotel costruzione massiccia e bianca, che potrebbe far parte della nostra geografia sentimentale, al pari di più vecchi e altri simboli nazionali come la Torre di Pisa, il Vesuvio o il Ponte di Rialto, come scriveva l’autore, fosse rimasto invariato. Forse è così, forse Rimini è una città-ologramma, che nonostante il mutare del Paese resta appesa alla sua immagine e al suo immaginario, come furono gli anni ’80 con la “Milano da bere” o a i ’60 a Forte dei Marmi con La Capannina e l’indimenticata Mina.
O forse no, forse le cose cambiano, specialmente quando vi si piazzeranno davanti agli occhi, per tutta la stagione estiva, mille cartelloni firmati da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, ovvero le due anime che hanno fondato “Toilet Paper”, la celebre rivista che non ha bisogno di presentazioni: in scena, sui billboard cittadini in otto luoghi simbolo (Ponte di Tiberio, Arco di Augusto, Teatro Galli, Castel Sismondo, Rotonda Grand Hotel, Ruota Panoramica, Stazione, Rotonda Bellariva e altri muri) otto immagini, sotto la curatela di Maria Cristina Didero.
Cosa si vedrà in queste cartoline? Per esempio un pene eretto sotto un costume che fa “sollevamento pesi” con un sasso ancorato, una ragazza in estasi (di Santa Teresa?) sdraiata su un letto di patatine fritte, due mani che tentano di forzare una prigione luccicante fatta di sbarre di salsiccia, un’automobile ricoperta di lattine, un’altra ragazza dal sorriso smagliante, molto sixty’s intenta a farsi riempire il bicchiere, e così via.
Il sindaco della città romagnola, Andrea Gnassi, che ha ordinato la pubblica affissione non ha paura delle critiche anche perché, in fondo, si tratta di immagini quasi blande a uno sguardo superficiale, ma che probabilmente muoveranno qualcosa agli occhi dei più attenti, in chi non prenderà questi manifesti come pura pubblicità.
Cattelan, dal canto suo, lascia aperte le interpretazioni, ma stavolta nemmeno troppo.
Gli chiediamo: Vuoi donare una nuova faccia alla città, come si dona un paio di zigomi tirati una Gradisca sessantenne preoccupata del suo aspetto, ma che conosce il buon vivere romagnolo? «Non c’è nulla da restaurare ma solo da guardare. Guardare con occhi diversi, con i propri occhi. In merito alla Gradisca, non credo che un personaggio del genere possa avere interesse a rifarsi gli zigomi. Forse le priorità sarebbero altre…», risponde.
Quello che vi si chiede, insomma, è di mettere a fuoco il vostro personale ritratto di Rimini, attraverso l’assistenza di un ready-made, di immagini pronte che hanno il potere ampliare la percezione e, sicuramente, di uscire dai “Saluti” troppo istituzionali.
«Non capita mica tutti i giorni di avere tra le mani un patrimonio cosi raro e intrigante. Questo progetto è nato dalla straordinaria opportunità di ritrarre una città così affascinante. Un invito che non si poteva declinare e grazie a un Sindaco illuminato siamo riusciti a raccontare la nostra visione di un luogo dalle mille sfaccettature», ci spiega l’artista-pensionato che però non perde occasione per farsi sentire. E se ci pensate bene, in effetti, queste mille cartoline potrebbero sembrare il compendio alla radunata torinese di “Shit & Die”, dove – seppur in un’altra maniera – si mise in scena la città che raccontava sé stessa, tra passato e presente.
Ma che cosa è rimasto dell’immaginario di Rimini e delle spiagge di Ghirri della Romagna? Delle discoteche, dei “manifesti già sbiaditi di pubblicità” de Il mare d’inverno? Di quel circo felliniano, “vitellonesco” e godereccio, della piadina e delle gite a San Marino, compendio perfetto del soggiorno rivierasco? Sono arrivati i russi, e le orde di giovani continuano la vita da spiaggia, ma  – e questo progetto ne è la dimostrazione – è arrivata anche la volontà di ancorare la città a una vita meno stagionale, almeno nelle intenzioni, e l’arte contemporanea è una possibilità.
Come si può lavorare su un luogo così saturo di immagini e immaginari come è stato Rimini, senza replicare un deja vu? «Dei deja vu non ho mai avuto paura. Come di tante altre cose, nella mia vita, non ho mai avuto paura. E poi Rimini è sì la città degli stereotipi ma ultimamente è anche un luogo in grande fermento, in veloce evoluzione che sa guardare avanti, rinnovandosi senza perdere le sue tradizioni. Mi sembra interessante poter dare la propria visione di una città come questa. Ma l’ho fatto proprio perché è un luogo speciale. Senza fare nomi, forse non sarebbe accaduto per altre città, non sarebbe stato stimolante – a parte forse per Città del Vaticano».
Prendiamola per buona, e in attesa di vedere completata questa bizzarra trilogia, con Cattelan in azione a San Pietro, Saluti da Rimini!

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