Venezia persa, 1966
Una riflessione estesa sul rapporto tra antico e contemporaneo e sulle relazioni tra materia, memoria e forma, per ridefinire i confini dell’arte e del design. Da questa premessa si svilupperà il progetto presentato da Brun Fine Art in occasione della Milano Design Week, diffuso tra gli spazi della galleria, quelli del Fuorisalone e quelli del Salone del Mobile. Il fulcro del progetto è rappresentato dalla mostra Cagli e il simbolo. Nella contemporaneità materica di ABI, a cura di Alberto Mazzacchera, che aprirà dal 16 aprile negli spazi di Via Gesù. Qui il lavoro di Corrado Cagli, tra i protagonisti del rinnovamento della pittura della metà del Novecento, entrerà in dialogo con gli oggetti in pietra del brand ABI, sviluppati tra Il Cairo e Milano e realizzati con il contributo di Marmonil.
In particolare, il percorso insiste sulla fase americana dell’artista, quando, dopo l’esperienza dell’esilio, la guerra e il confronto con la cultura newyorkese, il simbolo abbandona la funzione narrativa per diventare strumento analitico. Il segno si emancipa dalla rappresentazione e si configura come dispositivo autonomo, capace di indagare dimensioni ulteriori della realtà, tra spazio e psiche.
È in questo contesto che matura l’interesse di Cagli per la geometria non euclidea e per la cosiddetta “quarta dimensione, non come suggestione esoterica ma come tentativo di espandere il campo della rappresentazione oltre il visibile. Se il cubo definisce la misura del tridimensionale, l’ipercubo diventa metafora di una pittura che aspira a suggerire una dimensione altra.
Le opere in mostra, dai dipinti alle sculture fino alle celebri Carte del 1958–59, restituiscono questa tensione: la polverizzazione del colore genera vibrazioni ottiche che mettono in crisi la distinzione tra superficie e volume, tra materia e immagine. Un processo che, pur restando in parte utopico, produce esiti decisivi, configurandosi come quella “liberazione espressiva del segno” individuata da Enrico Crispolti, e collocando Cagli in una posizione chiave rispetto alle prime elaborazioni informali italiane.
Questo impianto teorico trova un contrappunto nel dialogo con ABI, realtà attiva tra Il Cairo e Milano che traduce la tradizione artigianale egiziana in oggetti contemporanei concepiti come sculture d’uso. Realizzati con il contributo di Marmonil, questi lavori impiegano limestone proveniente dalle cave di Assuan, instaurando una riflessione parallela: se in Cagli il simbolo si struttura come segno che apre a dimensioni invisibili, in ABI è la materia stessa a farsi principio ordinatore, condensando memoria, durata e permanenza.
Un passaggio nodale della mostra è la trasposizione in marmo di una maschera di Cagli, originariamente concepita come maquette in cartone e qui riprodotta in tiratura limitata. L’operazione segna un cambio di stato: dalla fragilità del modello alla stabilità della pietra, senza perdere la tensione originaria del segno. La maschera, elemento ricorrente nell’immaginario dell’artista, si configura così come soglia tra identità e archetipo, tra temporaneità e permanenza.
Parallelamente alla mostra, Brun Fine Art partecipa al Salone del Mobile con il progetto Raritas, il nuovo percorso dedicato al design da collezione curato da Annalisa Rosso e progettato da Formafantasma. In questo contesto, le opere storiche vengono sottratte alla logica espositiva tradizionale per essere rimesse in scena attraverso un linguaggio essenziale, dove superfici in pietre dure assumono una qualità quasi pittorica e il collezionismo si configura come esperienza visiva e concettuale, più che decorativa.
Al Fuorisalone, il progetto si espanderà attraverso una serie di collaborazioni. Con La Bottega Collective, all’interno del progetto Grand Tour curato da Campbell-Rey, Brun Fine Art inserisce opere storiche legate al tema del viaggio, attivando un dialogo con una nuova linea ispirata alla mobilità come costruzione dello sguardo. Con Alimonti, in collaborazione con lo studio Etereo, il confronto tra busti antichi e oggetti contemporanei genera una narrazione spaziale continua, mentre da Giorgetti la selezione curata da Gian Carlo Bosio mette in relazione arredo contemporaneo e suggestioni dell’antico.
Infine, da Casa Conte, il progetto curato da Laura De Jonckheere trasformerà lo spazio espositivo in una vera e propria dimora: un ambiente articolato, costruito per stratificazioni, in cui oggetti antichi e contemporanei convivono in una dimensione sospesa, più vicina all’esperienza abitativa che alla messa in mostra.
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