Un corpo a corpo universale

di - 11 Maggio 2016
Il percorso di Giovanni Anselmo al Castello di Rivoli non è una mostra: è un progetto. “Mentre la mano indica, la luce focalizza, nella gravitazione universale si interferisce, la terra si orienta, le stelle si avvicinano di una spanna in più…”: ecco il lungo titolo che contraddistingue gli emblemi della poetica dell’artista torinese, classe 1934, che fu tra l’altro uno dei primi protagonisti ad esporre trent’anni fa al Castello di Rivoli, in occasione dell’apertura del museo. Un omaggio, dunque, se vogliamo, al più rarefatto e allo stesso tempo più terreno degli artisti del vecchio gruppo dell’Arte Povera, per inaugurare il percorso di Carolyn Christov-Bakargiev alla direzione di Rivoli e GAM.
Ma come ha trasformato Anselmo la Manica Lunga? Togliendo. Quasi come Michelangelo toglieva pezzi di marmo per far respirare la scultura imprigionata, l’artista qui ha ridotto tutto ai minimi termini dell’installazione, ma senza risultare minimale nel puro senso della parola. Anselmo, impeccabile regista della sua opera, sotto la curatela della direttrice e di Marcella Beccaria, ha svuotato lo spazio, tende comprese, creando la possibilità di scoprire la sua arte laddove deve essere incastonata e, medesimamente, dove è stata estrapolata: all’interno di un paesaggio, perché di un paesaggio universale racconta.
Sono cinque le opere su cui si regge l’esposizione, se escludiamo il riallestimento di una sala dedicata all’artista al terzo piano del Castello, all’interno della collezione permanente: Interferenza nella gravitazione universale (1969, riletta per l’occasione); Particolare (1972-2016); Il panorama con mano che lo indica (1982-2016); Mentre le stelle si orientano (1967-2016) e Le stelle si avvicinano di una spanna in più (2001-2016).
Nel bel catalogo che accompagna la mostra, edito da Skira, è stato ripubblicato anche il saggio di Jean-Christophe Ammann pubblicato in occasione della mostra di Anselmo alla Kunsthalle di Basilea, nel 1979. Qui, per quanto sia possibile interpretare la mostra del Castello e, in genere, tutta l’opera di Anselmo, c’è una chiave ben precisa: dieci anni prima, nel 1969, Giovanni Anselmo appese una roccia di circa 80 chili “riducendo così di un’unità infinitamente minuscola la forza di gravità”, scriveva Ammann. E Anselmo riportava: «In confronto ad uno Sputnik la riduzione è, naturalmente, quasi inesistente» e ancora, in occasione della messa in scena dell’opera Cielo Accorciato, l’artista aveva spiegato: «Ho voluto rendere più umano l’infinito; siccome il cielo non comincia nella stratosfera, bensì qui, sulla Terra, l’ho accorciato di un metro. Che la scritta si trovi sulla superficie superiore, e per di più incisa, ha il suo significato: il cielo sappia pure che è stato accorciato».
Ecco la chiave, per leggere anche pezzi come Interferenza nella gravitazione universale, e più in generale tutta quell’arte che si è confrontata a suon di ribaltamenti di percezione con la natura, che ha sfidato la gravità e reso visibile – appunto – l’invisibile. Così, come De Dominicis immaginava di inceppare il percorso classico della natura, nonché l’unico che mente umana conosca, con la reiterazione di alcune azioni non idonee all’uomo (dal tentativo di volare o a quello di formare dei quadrati gettando dei sassi in uno stagno), così Anselmo ci avvicina attraverso l’infinitesimo, il microscopico, alla natura del cosmo: è un’azione che ha a che fare con quell’Essere e Tempo di Heidegger, con la capacità di “sussumere il particolare nell’universale”, e nella voglia di liberarsi delle gerarchie. Come un Icaro poetico, Anselmo racconta della sua nuova posizione rispetto al sole nell’Interferenza: «L’idea era quella di avere un movimento autonomo rispetto a quello della Terra e delle stelle, di interferire attraverso questa mia piccola traiettoria con l’incessante moto dell’universo». Un desiderio di distanza, e distanziarsi, dall’immutabile scorrere delle leggi della natura cosmica. Per un attimo, con un particolare. E di Particolare, infatti, la Manica Lunga è piena, con la possibilità di scorgere superfici, sia d’architettura che dei celebri massi di granito, ricordando sempre che la Manica Lunga è il “paesaggio” e passaggio a sud-ovest.
Scrive Christov-Bakargiev: “Il termine particolare indica sia un dettaglio sia qualcosa di distintivo o speciale; deriva dal latino partire, separare, dividere, a sua volta alla radice del termine particella, che nella fisica rappresenta gli elementi più piccoli identificabili come come i mattoni dell’universo”. Un po’ come il modo di fare dell’artista, abile rabdomante nel distribuire nello spazio, quasi alle confluenze energetiche dell’ambiente, come un mistico-terreno, i pesi essenziali del lavoro. Di quest’universo mai immobile e che Anselmo è in grado di astrarre con una poetica che non si è ingrigita nei lunghi anni della sua carriera.
Ancora una volta, infatti, con pochissimi elementi essenziali, l’arte avvicina alle stelle in maniera semplicissima e disarmante: posizionandosi su una predella marmorea alta “una spanna in più”, per esempio, o è in grado di orientare su un cumulo di sabbia – riduzione di uno sterminato deserto privo di indicazioni e impossibile da attraversare, a meno che non si conoscano rotazioni e movimenti terreni e celesti, che poi – nemmeno a farlo apposta – sono semplicemente simbiotici.
Anselmo, per questa capacità di “per-formare” il cosmo, potrebbe forse essere considerabile l’ultimo dei rivoluzionari: non un romantico, non un artista che racconta il sublime della natura: affascinato, certo, ma domatore: un atleta che ha fatto del corpo a corpo con i materiali più semplici e antichi del cosmo (pietre, sabbia, luce…) la cifra distintiva di un percorso che, come nella sua Interferenza, ha percorso una traiettoria propria, che questa ultima prova non smentisce, aumentandone la potenza.
Matteo Bergamini

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