Un museo nel cuore della Sardegna

di - 28 Febbraio 2016
Poco più di un anno fa si temeva per il futuro del Museo Costantino Nivola, che, minacciato dal taglio dei finanziamenti pubblici, rischiava la chiusura dopo vent’anni di attività. Oggi l’istituzione si presenta decisamente attiva e forte della sua identità, con un nuovo allestimento permanente, un programma di mostre temporanee e un fitto calendario di appuntamenti dedicati al territorio, che ha portato a un incremento dei visitatori del 25% nell’ultimo anno.
Protagonista di questa nuova visione è la collezione monografica dedicata a Costantino Nivola (Orani, 1911 – East Hampton, 1988), artista dalla personalità poliedrica, che si è espresso come scultore, pittore, grafico e decoratore. Sardo di nascita, ma americano d’adozione, negli anni Quaranta e Cinquanta fece parte della cerchia dei più noti artisti e architetti americani, dividendo lo studio con Le Corbusier, frequentando personalità quali Jackson Pollock, Saul Steinberg, Willem de Kooning, Alexander Calder. Inserendosi nel dibattito sul modernismo e la sintesi delle arti, collaborò, inoltre, alla decorazione di importanti istituzioni pubbliche della West Coast, quali la Mutual Hartford Insurance Company di Hartford, Connecticut, i college Morse and Stiles della Yale University e, su invito dell’architetto Eero Saarinen, il Motorola Building di Chicago.

Dallo scorso dicembre la sua produzione viene presentata in un progetto museale di alto profilo scientifico, in cui l’accessibilità e la didattica rivestono un ruolo fondamentale. Per la prima volta dalla nascita del museo, il percorso espositivo affronta in maniera puntuale tutti gli aspetti della ricerca dell’artista, con oltre duecento opere fra sculture, dipinti e disegni, costituendosi come la più completa collezione d’opere dell’artista presente in Europa.
Il precedente itinerario, che valorizzava principalmente le sculture in marmo (come le celebri Madri) e le terrecotte, è stato integrato grazie ad alcuni focus di approfondimento sulla produzione grafica – che racconta l’attività dell’artista come art director per la Olivetti e come illustratore per diverse riviste americane, fra cui Interiors e Pencil Points – e sulle collaborazioni per gli interventi architettonici, raccontati attraverso foto-riproduzioni, bozzetti e disegni (come la parete scultorea realizzata per lo showroom Olivetti, progettato dai BBPR a New York nel 1954, un’imponente superficie di ventitré metri realizzata con la tecnica del sand-casting).
Infine, uno spazio particolare viene dedicato alla riflessione sulla collettività, centrale nella sua poetica, fino ad oggi rimasta quasi taciuta nel percorso museale. In particolare si dà risalto al “Pergola Village”, un progetto per il paese di Orani delineato nel 1954, purtroppo mai realizzato, in cui l’artista ha immaginato di unire con un pergolato di vite tutte le abitazioni del centro storico. Trasformava così l’anonimo spazio pubblico in un accogliente cortile domestico in cui poter condividere il proprio quotidiano con la comunità, con uno slancio chiaramente utopico che anticipa alcune tendenze alla pratica relazionale sbocciata negli anni Novanta.

Nel curare l’allestimento il comitato scientifico della Fondazione Nivola – composto dalla direttrice Antonella Camarda e da Giuliana Altea e Richard Ingersoll, fra i massimi studiosi della figura dell’artista – si è avvalso delle prestazioni degli artigiani locali per la realizzazione delle furniture in pietra e metallo, con l’obiettivo di innescare un processo di riconoscimento e valorizzazione delle maestranze presenti sul territorio e costituire un più forte legame fra comunità e istituzione.
Oltre alla collezione permanente, il museo articola le proprie attività con un programma di mostre temporanee prevalentemente dedicate al rapporto fra arte e architettura e paesaggio. Su questo indirizzo è nato anche il programma di residenze Springs, curato nell’edizione 2015 da Mark Gisbourne, aperto ad artisti, architetti e curatori interessati a sviluppare un progetto su queste tematiche, costruendo un momento di confronto con l’istituzione e la comunità di Orani.
Si è inserito proprio in questo programma la mostra “Nomadicity” dell’artista Sabine Hornig, che è stata aperta fino al 25 febbraio. Utilizzando la figura della tenda, simbolo della condizione di nomadicità dell’età contemporanea, l’artista ha articolato il segno in forma scultorea, realizzando strutture in granito in collaborazione con gli artigiani locali, e in post-produzione fotografica, disseminando le immagini del territorio del nuorese con questi avamposti esplorativi. Un richiamo alla condizione nomadica del Paleolitico, a suggerire il cambiamento imminente a cui potrebbe andare incontro l’uomo dell’età contemporanea: ripartire dalle attività (metaforiche) di caccia e raccolta per immaginare nuovi modi di relazionarsi con il territorio antropizzato e non.
Sempre la riflessione dialettica fra l’ancestrale e la contemporaneità, cara allo stesso Nivola, è al centro della prossima mostra, “Andrea Branzi. La metropoli primitiva”, una retrospettiva dell’architetto-designer padre del Radical Design, a cura di Richard Ingersoll, che inaugura il 6 marzo. Il progetto è sviluppato intorno al concetto di “metropoli primitiva”, ovvero una visione, elaborata dall’architetto, sull’urbanesimo contemporaneo come pratica di pensiero sul vivere umano, capace di liberarsi del peso delle tecniche costruttive e dell’uso dei materiali proprio della tradizione, per riscoprire un primitivismo libero da convenzioni socio-culturali.
Micaela Deiana

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