Un’idea di confine

di - 5 Dicembre 2014
Al Museo d’Arte Moderna di Bologna, per ancora pochi giorni, è in scena la personale dell’artista bavarese Wolfgang Weileder dal titolo Meridiano, dodici stampe fotografiche di grande formato scelte dalla serie Seascapes con cui Weileder rilegge e reinventa la tematica del paesaggio e dell’orizzonte marino. Dal Mare del Nord all’Adriatico e Tirreno, dal Mar Ligure a quello d’Irlanda, dallo stretto di Skagerrak al lago artificiale olandese Ijsselmeer, ogni luogo è ripreso in un preciso momento della giornata, nelle ore che precedono e seguono il tramonto in modo da cogliere il passaggio dalla luce al buio. Protagonista indiscusso è l’orizzonte. Già dal titolo della serie, Seascapes, Weileder dichiara il suo debito nei confronti di Hiroshi Sugimoto, che da più di trent’anni indaga l’orizzonte marino e la sua presunta immutabilità nella serie omonima. Per il fotografo giapponese il confine fra cielo e mare è rimasto invariato nei secoli. In esso ancora oggi si riflette lo stato d’animo del primo uomo sulla Terra. L’obiettivo di Weileder è dare valenza scientifica alle teorie del maestro giapponese. Individuato un soggetto, egli sceglie una zona d’indagine precisa, fissa la fotocamera e con costanza, per diverse ore, realizza migliaia di scatti, a intervalli regolari di pochi secondi. L’immagine finale è data dall’unione di tutti questi scatti. Grazie ad un apposito software, l’artista estrapola una banda verticale della larghezza di un pixel da ogni immagine, prelevata nel medesimo punto di ogni fotografia. Il risultato è un vero e proprio collage di strisce verticali raffiguranti la stessa porzione di spazio.

L’effetto finale è di grande impatto. In questa nuova immagine tutti gli elementi statici ed immutabili – l’orizzonte appunto – , assumono un andamento orizzontale, tutti quelli dinamici, come le nuvole, le correnti marine o la luce solare, al contrario, assumono un andamento verticale. Weileder non fotografa semplicemente uno spazio, ma lo rielabora proponendoci una successione cronologica: sulla stampa, come un testo,  da sinistra verso destra, è leggibile la variazione subita da quel preciso luogo durante l’arco temporale scelto. «L’immagine immortala un non spazio riprodotto lungo un asse cronologico», dichiara lo stesso artista. Un metodica lunga e laboriosa, che Weileder mutua dal mondo dello sport, dalle riproduzioni del fotofinish per cogliere il momento esatto dell’arrivo degli atleti e del taglio del traguardo. L’idea di catturare il trascorrere del tempo attraverso la fotografia è strettamente legata al suo lavoro. Scultore e autore di interventi di public art prima che fotografo, a partire dalla metà degli anni duemila, Weileder promuove progetti come House Madrid (Spagna, 2004), Transfer (Milton Keynes, UK, 2006) e Splapendem Meermin (Leuven, Belgio, 2008) in cui l’architettura è intesa come processo costruttivo e non come risultato finale. Mura e parti di fabbricati vengono montati e smontati in maniera alternata davanti agli occhi dei passanti, tendendo ad un continuo non-finito, ad un ritmo costruttivo che si materializza come una specie di coreografia, una danza secondo l’artista, il cui risultato finale sarà uguale a quello di partenza.

L’unico momento in cui queste costruzioni si completano è proprio nella fotografia. Con un procedimento tecnico piuttosto semplice (l’apertura dell’otturatore dall’inizio alla fine del lavoro così da poter impressionare la pellicola con tutto il processo costruttivo), Weileder ottiene immagini in cui l’edificio, come un fantasma, si materializza nella sua interezza. Tutti gli elementi che si muovono velocemente, come le persone o le auto, non vengono trattenuti dalla pellicola, ma vi restano solo quelli statici, presenti in maniera più o meno vivida a seconda del tempo di permanenza. La fotografia non documenta semplicemente il suo operato, ma in una qualche maniera diviene un’opera a sé stante, che completa e dona maggior significato all’intervento scultoreo.
Le dodici immagini presentate al MAMbo sembrano quasi dei dipinti monocromi, tutte dotate di una forte valenza espressiva. Gino Gianuizzi, curatore della mostra, nel catalogo che l’accompagna, racconta come davanti alle opere di Weileder gli siano venuti in mente i «Landschaften di Gerhard Richter, paesaggi intrisi dell’idea di sublime e di infinito connaturata al paesaggio naturale. Fotografia, pittura a olio. Ho pensato a ritroso anche alla pittura atmosferica di William Turner e a Der Mönch am Meer di Caspar David Friedrich, e poi a tutta la tradizione romantica. Ho pensato a me adolescente seduto sull’arenile in una caletta sul mare del Cilento al calare del sole e al sopravvenire del buio e a come quel ritmo rassicurante delle onde che si confondono sulla battigia si trasformasse in un respiro inquietante. Il momento sfolgorante in cui il sole pare tuffarsi nel mare – il tramonto è un tempo dilatato, ma poi il sole scompare repentinamente – spalanca le porte alle ombre notturne e muta la percezione dell’ambiente, evoca sensazioni archetipe». I lavori di Wolfgang Weileder sono immagini forti, che riescono a legarsi al nostro vissuto e che ci emozionano, richiamando alla mente sentimenti rassicuranti o provocando ansie inaspettate. Immagini che vanno viste e vissute.

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