Sonia Leimer, Christian Kosmas Mayer, What we carry, veduta della mostra, Museion, Bolzano, ph. Luca Guadagnini
Fare una mostra su una collezione unica di 43 torce olimpiche in un museo comporta qualche rischio, primo fra tutti quello di ridursi alla semplice esposizione celebrativa di testimonianze storiche, per quanto preziose e significative. What We Carry di Sonia Leimer e Christian Kosmas Mayer, ospitata al Museion di Bolzano fino al 29 marzo 2026, riesce invece ad andare oltre e valorizzare appieno non solo il design ma anche il capitale simbolico delle torce olimpiche. Attraverso una calibrata orchestrazione tra dimensione fisica, metaforica e storica, che prende forma in un allestimento raffinato, la mostra rivela infatti quanto le torce e il fuoco olimpico siano intrecciati a piccole e grandi storie di potere, visibilità ed eredità culturale.
Non a caso il progetto, parte delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina, è risultato vincitore di una call su invito lanciata nel 2025 e rivolta ad artiste e artisti altoatesini attivi a livello internazionale e presenti nella collezione di Museion. Mentre si spengono i riflettori sui Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali 2026, What We Carry, come suggerisce il titolo, va vista anche come un invito a soffermarsi su cosa rimane, su cosa vorremmo proiettare nel futuro di un grande evento sportivo, al di là di celebrazioni e polemiche. «La mostra invita a riflettere su cosa significhi trasmettere un’eredità, che sia personale, culturale o politica», ha spiegato a exibart Bart van der Heide, direttore di Museion.
È una scenografia di grande impatto quella che si presenta al pubblico all’inizio del percorso espositivo: a fare da piedistallo alle torce olimpiche (1936-2024), prestate da Olympic Aid and Sport Promotion Project, è infatti un’enorme scultura lunga 50 metri – la struttura richiama una pista di atletica, ma ha la forma di un otto, simbolo dell’infinito.
La presentazione ricalca, con esiti di grande suggestione, una modalità messa in atto più volte in passato da Sonia Leimer nella serie di sculture Platzhalter, in cui resti o componenti dell’ambiente urbano vengono isolati trasformandosi in oggetti ambigui tra scultura, segnaletica e infrastruttura. Forse proprio per la sua pertinenza con la dimensione “sportiva” degli oggetti esposti, a Museion l’installazione di Leimer ha però un effetto più familiare che straniante. Le torce olimpiche non sono solo esposte ma abbracciate in una presentazione corale, che le valorizza nel loro insieme e singolarmente, rendendo possibile un vis-à-vis con queste testimonianze storiche che risulta più emozionante del previsto.
Scopriamo così che alcune portano ancora tracce della fiamma ardente e bruciature, mentre tempo, gusti e mode hanno plasmato design, dimensioni e colori negli anni. Tramite un codice QR e una pubblicazione ci si può perdere nella storia di ognuna – cediamo al richiamo di quelle che sembrano volersi distinguere a tutti i costi. Ad esempio, c’è la torcia blu disegnata da Pininfarina per i Giochi Invernali di Torino 2006, che ha un’altezza di 77 cm e che voleva richiamare la mole Antonelliana. Sfugge poi un sorriso di fronte a quella creata da Philippe Starck per i Giochi Invernali di Albertville 1992. È un pezzo iconico ma, apprendiamo, difficile da tenere in mano per la sua larghezza, così ergonomica da essere paragonata da molti commentatori a un giocattolo sessuale.
Nella presentazione delle torce ne manca una, la prima, quella delle Olimpiadi del 1936 di Berlino, che è esposta in una sala a parte all’interno dell’installazione scultorea di Christian Kosmas Mayer. Disegnata dagli scultori Walter Lemcke e Peter Wolf, la torcia riporta, incisa, l’aquila imperiale, la Reichsadler che stringe gli anelli olimpici e il nome del produttore, Krupp, fabbrica tedesca che produceva gli armamenti per il Terzo Reich.
A questa secca presenza metallica e alla sua simbologia nazista rispondono, in mostra, tanti giovani alberelli di quercia, custoditi in elementi scultorei che fungono da piccole serre. Le piantine sono parte di una ricerca in cui Mayer ha indagato la storia dell’altista afroamericano Cornelius Cooper Johnson che, pur avendo vinto l’oro a Berlino nel 1936, non ricevette alcun riconoscimento istituzionale, ignorato nella Germania nazista ed escluso nel suo stesso Paese, gli Stati Uniti. Al ritorno dai Giochi, Johnson piantò la sua “quercia olimpica” – un albero donato a tutti i 130 atleti che vinsero le medaglie d’oro – a Los Angeles. Riscoperta decenni più tardi da Mayer a Koreatown, la quercia è stata “portata” nella mostra a Museion: «In dialogo con la torcia, la quercia incarna un contrasto potente: il fuoco effimero della propaganda contro il radicamento duraturo della storia vissuta», spiega in una nota Museion.
L’installazione di Mayer è soprattutto un gesto di cura. Dalle scarpe di Johnson alle cesoie usate per potare l’albero, l’artista ripercorre, con testi e riproduzioni su foglia d’oro, le vicende dell’atleta e della quercia lungo novant’anni. Leggendo la scheda della pianta scopriamo che gli inglesi la chiamano quercia inglese, i tedeschi quercia tedesca, ma cresce in tutta Europa — difficile non pensare a quanto siano assurdi i confini, in botanica e non solo.
Completa il percorso il nuovo video Solar, in cui Sonia Leimer reinterpreta le origini cerimoniali della tradizione olimpica riprendendo lo specchio parabolico di Losanna e quello di Atene. Sentiamo una voce lenta riflettere sul calore, sul fuoco e sulle qualità formali delle torce. Mentre gli ideali eroici dei Giochi sembrano lontani, suono e immagini immergono in una dimensione sospesa, arcaica, incredibilmente vicina a quei rituali da cui tutto ha preso forma.
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