Spiega Joseph Kosuth che la manifestazione dell’arte in sé stessa non è semplicemente materiale o fisica: è un gioco, un ‘mettere nel contesto / portare fuori dal contesto’, un modo di riferirsi. In breve è relazioni fra relazioni.
Lui, maestro dell’Arte Concettuale fatta di slittamenti semantici e tautologie, in questa mostra è una sorta di nume tutelare: una delle sue scritte al neon opportunamente ri – localizzata è visibile dalle vetrine della Fondazione Olivetti, (l’opera si chiama appunto Six Parts, Re – Located)
La riflessione sui meccanismi interni del linguaggio dell’Arte, quel ripiegamento un po’ parossistico che faceva – con esiti alterni – dell’autoreferenziale l’unica possibilità se non di comunicazione quantomeno di rappresentazione, sembra essersi diluita in una soluzione eterogenea in cui convive un po’ di tutto, dagli elementi di critica al potere dei media, a certi automatismi dei rapporti sociali: il modo di operare diversificato degli artisti delle ultime generazioni attinge sicuramente dall’esperienza maturata negli anni ’60 – ’70, molte volte si appropria dello strato superficiale, evidente, riconoscibile, paradigmatico e si tratta di una scelta precisa, consapevole. Il rischio radente è la citazione, l’ironia, il sarcasmo, una certo disincanto sono quel che amalgama e precisa i contorni.
Minimali, per lo più formalmente ineccepibili, freddi (se per freddezza intendiamo una sorta di rigore unito ad un’apparente asettica coerenza) questi lavori sono attraversati da un elemento discorde, che mina la patina esterna: magari ci si ritrova a sorridere – a denti stretti – di fronte ad un’opera che sovverte alcuni certezze ormai formato standard, magari si avverte fastidio o una lieve inquietudine come di fronte ad un fatto inaspettato o disarmante.
Accade per la parete con centoquaranta punte di Marco Boggio Sella, quasi una rivendicazione risentita dell’aura dell’opera d’arte, o davanti alla cartolina, con banalissimo with love… che è una lastra di marmo, di Pietro Golia, continuo rimando
La voce di Cesare Petroiusti racconta quello che l’artista ha visto nello spazio espositivo vuoto, noi spettatori – ascoltatori, lo sentiamo adesso, in quello stesso luogo; Henrik Olesen vorrebbe denunciare i limiti che le istituzioni (una sorta di anonima s.p.a henrik_olesen_vito acconci teaching about gender in milan_2000.tentacolare) impongono all’espressione: è intervenuto con delle scritte a penna su foto di una performance di Vito Acconci, parla di discriminazione, di omosessualità, di fatto ci sembra una contestazione nei confini già battuti del politicamente corretto. Elmgreen & Dragset (li abbiamo visti recentemente a Milano con un geniale buco nel soffitto da Massimo De Carlo) hanno posto in un angolo della sala una sedia a rotelle, alla spalliera è fissato un palloncino giallo; il lavoro si chiama Birthday, augurio poetico e amaro di sicura sopravvivenza dell’arte.
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