Per Olivo Barbieri (Carpi, Modena 1954) il paesaggio è Shanghai: una distesa di grattacieli visti dall’alto; per Enrico Benvenuti (Prato 1970), invece, è il rincorrersi di occhi con le palpebre, parafrasando un concetto di Adolf Loos. È un tuffo nella natura con quei rami spezzati nel verde sfocato per Tancredi Mangano (Lisieux, Francia, 1969); sono scorci avvolti nella notte per Alessandro Cimmino (Napoli, 1969); insegne pubblicitarie depurate del loro contenuto e collocate all’interno del paesaggio naturalistico per Maurizio Montagna (Milano, 1964). C’é anche chi, come Giovanni Chiaramonte (Varese, 1948) si sofferma sulle architetture superstiti di terribili terremoti nell’Italia del sud e chi -è il caso di Massimo Vitali (Como, 1944)- continua ad essere attratto dalle spiagge, ultimamente americane.
Un discorso aperto, quindi, quello di Ereditare il paesaggio in cui sette riconosciuti maestri della fotografia che lavorano coerentemente sul territorio da oltre vent’anni –i già citati Olivo Barbieri, Giovanni Chiaramonte e Massimo Vitali, insieme a Gabriele Basilico (Milano, 1944), Vincenzo Castella (Napoli, 1952), Guido Guidi (Cesena, 1941), Mimmo Jodice (Napoli, 1934)- hanno indicato, ognuno, due ipotetici continuatori (non necessariamente veri allievi o assistenti) che portano avanti lavori che possono andare nella stessa direzione del maestro che li ha segnalati, oppure essere diretti in tutt’altra direzione.
“C’é una sorta di continuazione linguistica nel lavoro sulla memoria e la conservazione di Gabriele Basilico e dei suoi due segnalati, Claudio Gobbi e Claudio Sabatino”, spiega Giovanna Calvenzi. “Invece antitetico potrebbe sembrare Mimmo Jodice, caposcuola, che ha segnalato Marco Trinca Colonel/Cosimo Pichierri e Stefano Snaidero, autori che lavorano sul territorio in modo totalmente diverso, chi più attento alla realtà sociale, chi -invece- annulla il territorio facendolo diventare un paradigma dei misfatti della società.”.
L’idea di partenza delle curatrici
La mostra -presentata nell’ambito della sesta edizione di FotoGrafia- rappresenta una sorta di preview di quella più ampia che avrà luogo al Museo del Territorio di Biella nell’ottobre 2007 e si pone proprio come punto di partenza non solo per riflessioni, ma anche denunce sui disastri di cui é vittima il territorio.
In sintesi per la Calvenzi l’occhio del fotografo, volutamente neutrale –“tecnicamente viene chiamato lo sguardo documentario”- esercita quasi una sorta di “pietas” nei confronti delle periferie urbane, demandando allo spettatore il concetto di denuncia. Una situazione che al giorno d’oggi è decisamente insostenibile: è necessario che ci la presa di coscienza sia anche da parte di chi sta dietro il mirino.
manuela de leonardis
mostra visitata il 4 aprile 2007
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Vero, le periferie vengono viste scattando fotografie che sono la sublimazione di possibili carezze.
I giovani si misurano eccome con questo tipo di fotografia, ma molto spesso cercano solo di creare qualcosa di grafico o di urlato.
La classe arriva col tempo, o anche subito, basta non confondere fotografia con la grafica.