Nella galleria De Crescenzi e Viesti, sono esposte fotografie di grandi dimensioni di Luca Maria Patella. Frammenti di paesaggi italiani si schiudono dietro a un primo piano di nature morte, come una scala di grandezza alla maniera degli artisti padani del Rinascimento. È da lì, infatti, che Patella muove tornando ai primi esperimenti della fotografia archeologica: la camera oscura, lo studio della prospettiva, le ricerche dei vedutisti italiani, degli impeccabili olandesi e fiamminghi che si ripercorrono in queste opere.
I liquidi nei bicchieri sono rosso, blu, giallo, i colori primari, colori dalle valenze alchemiche simili a strumenti di un pittore-chimico.
Contenitori, conchiglie, frutta come oggetti trovati su una spiaggia creano iridescenze stupefacenti, nel senso che ci si stupisce ad immaginare che questa natura morta in posa riesca realmente ad emettere tanta luce. Così come frammentato è il panorama, uno scorcio sui tetti da una finestra in alto, ugualmente spezzata è questa luce che si riflette in una conchiglia e rifrange le varie lunghezze d’onda.
Una tale composizione di oggetti, pensata, organizzata, depositata, lasciata interagire con l’atmosfera con questi effetti di luminosità è una fotografia-pittura, un’istantanea frutto di un lungo tempo di posa per afferrare la rifrazione dei raggi solari. Cosa fa la fotografia? Crea un’immagine ferma e istantanea di una realtà dinamica. E proprio dall’attrito fra il compito della fotografia e il prodotto di Patella emerge un senso di kitsch, dovuto forse alla ridondanza dei pensieri e dei calcoli alle spalle di queste immagini. È perciò significativo trovare delle istantanee così artefatte, una vera produzione di naturalia e mirabilia.
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