È possibile fare la cover di un video di Bruce Nauman? In fondo, se Bono Vox canta una canzone di Frank Sinatra, perché un artista non può attualizzare l’opera di un suo predecessore senza che si tratti di plagio, se non addirittura di copia?
Alla British School di Roma viene studiato il caso attraverso i lavori di un gruppo di artisti, tutti nati tra il ’69 e il ’76 –Francesco Vezzoli, Iain Forsyth e Jane Pollard, Mario Garcia Torres, Jonathan Monk, João Onofre e Yoshua Okon– che interpretano/inseguono opere di grandi degli anni Sessanta e Settanta. Mostri sacri dell’Arte Concettuale come Bruce Nauman (il più gettonato, con ben tre citazioni), Joseph Beuys, Alighiero Boetti, Vito Acconci o Ed Ruscha.
Come ricorda la curatrice Cristiana Perrella, la rivisitazione di un classico non è cosa nuova, se pensiamo al cinema e alla musica. Eppure questa mostra non scorre fluida all’insegna dell’omaggio a. Per quanto apprezzabile sia la scelta di fornire all’entrata un foglio con la spiegazione di ogni lavoro, comprese le referenze, neocon resta una mostra per pochi intimi (e molto dediti) frequentatori del mondo dell’arte contemporanea. Un mondo in cui la possibilità di riconoscere un video di Nauman o una performance di Beuys è scontata come risalire dalla cover di Wonderful World dei Ramones alla versione originale di Armstrong.
Fin qui niente di strano. Tom Wolfe, nel suo illuminante “Come ottenere il successo in arte”, ci aveva già fatto notare che in questo mondo il pubblico non è invitato. La forza e la debolezza dell’arte concettuale hanno sempre convissuto proprio in questa necessità di spiegazione del messaggio. Ovvio che la lettura dell’opera sia ancor meno immediata nel caso in cui si stia addirittura citando, come accade in questo “ritorno” di neocon.
Ciò che sembra sfuggire è il senso di questa operazione, al di là di un piacere della citazione fine a sé stesso e della volontà di dichiarare (e omaggiare) i propri maestri. Confrontarsi con i grandi del passato è un diritto-dovere di ogni artista, ma quando si ha a che fare con i capisaldi del concettuale il rischio di cadere nell’autoreferenzialità è dietro l’angolo. Persino quando, ed è questo il caso, l’intento sarebbe quello di produrre una “ripetizione innovativa”, rivisitando ironicamente o attualizzando il contesto. Il fatto è che l’arte in questi decenni, malgrado i proclami, raramente si è allontanata dal concettuale, inteso sia come approccio tematico che come modalità espressiva. Appare dunque artificioso, come un moderno manierismo, ritornare su opere/idee che sono ancora valide e che nel tempo hanno addirittura assunto sfumature archetipiche.
È un’arte vintage quella che ci aspetta? O una nuova scapigliatura, un’arte di giovani irriverenti perché primi nel chiamarsi fuori dalla storia del contemporaneo?
Non abbiamo ancora una risposta. Ma la mostra della British School ci offre la possibilità di riflettere su ogni opera cercando di capire chi si nasconde dietro l’autore dichiarato.
E si esce poi parlando del senso dell’arte, dell’idea come opera e del suo possibile cambiamento nel tempo. Suscitare un dibattito però è condizione necessaria ma non sufficiente: neocon esemplifica il labile confine tra il divertissement concettuale e possibili, nuove tipologie di ricerca.
chiara costa
mostra visitata il 14 ottobre 2006
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