Cos’hanno in comune uno scatto fotografico e un disegno? La velocità. È attraverso la velocità che si può congelare per sempre la fulminea apparizione di una visione. Per Corrado Sassi (Roma, 1965) non esiste infatti contraddizione tra le due tecniche, solo apparentemente diverse e distanti tra loro: entrambe gli sono congeniali per tradurre in immagini il suo universo, fatto di ricordi, riflessioni e considerazioni -anche sociali e politiche- sulla realtà e sul quotidiano.
Cos’hanno invece di diverso uno scatto fotografico e un disegno? La simultaneità. Lo strumento fotografico, usato nella sua forma definitiva di scatto analogico, non permette, come invece può il disegno, il ripensamento, la cancellazione e -cosa non da poco- non consente la contemporanea rappresentazione di episodi anche temporalmente, spazialmente e contestualmente distanti tra loro. È questo ciò che l’artista vuole rappresentare nei lavori esposti: due tele di grandi dimensioni, accompagnate da un wall drawing che si estende fino al soffitto della seconda sala, cui fa da sottofondo la voce dell’artista che narra il procedimento costruttivo dei suoi lavori.
Non nuovo al disegno, Sassi si era infatti già cimentato in questa tecnica in diverse occasioni, sin dai suoi soggiorni newyorkesi, da cui sicuramente gli deriva una certa affinità con il graffitismo americano. Sono alcuni temi ricorrenti -l’acqua, il fegato, il cubo, il fallo maschile, metafore di discorsi ben più ampi- a rendere la sua opera un unico omogeneo. In Bokassa, la figura del prolifico dittatore (ebbe 17 mogli e 50 figli), che per i festeggiamenti della sua salita al trono dell’Impero Centro Africano, nel 1977, spese circa un terzo del pil del Paese (più di 20 milioni di dollari), è contornata da diverse immagini che contribuiscono a tracciare la trama del racconto. Un carro armato -come quelli usati dai russi negli anni Venti-, un uomo che legge (a rappresentare la classe degli intellettuali) e poi un fegato, che per gli antichi rappresenta il centro della vita. Infine dell’acqua (nella sua simbologia classica di vita) e l’abrasione di una frase di Pindaro: “Sono sempre fonti di molti discorsi le grandi virtù, ma i saggi prestano orecchio e chiama con arte pochi argomenti di lungi racconti; in pari misura tiene la cima d’ogni cosa il momento opportuno”.
Ricorrente è infatti la cancellazione di segni o scritte, le cui tracce vengono lasciate, perché testimonianza di un gesto e di un pensiero. È comunque la linea, scevra da condizionamenti, che traduce il libero flusso dei pensieri dell’artista e che man mano dà forma alle figure che concorrono alla costruzione del suo intimo racconto. Nel Wall drawing la linea diventa topo, poi strada, poi due persone, come in un palcoscenico, a rappresentare una coppia. Poi la frase cancellata Il lavoro rende libero l’uomo, apposta sul cancello di due fabbriche tedesche che divennero in seguito due campi di concentramento. E poi ancora gatto, uccello e di nuovo cubo, simbolo della bramosia di possesso, sia materiale che sentimentale. Bramosia che crea un corto circuito perché molto spesso il protagonista diventa inconsapevole vittima della sua stessa avidità, il desiderio di possesso lo rende schiavo. Carnefice e vittima diventano spesso la stessa persona, nella conquista del potere come nella vita di coppia.
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