Croce fiorita, stoffa veneziana XIX sec., legno, ricamo, 2026 © Manuel Silvestri
Quella di Irina Zatulovskaya (Mosca, 1954) è una parabola che inizia con un’espulsione — quella dall’Unione degli Artisti Sovietici nel 1979 per un ritratto considerato “non conforme”, in quanto considerato una falsa rappresentazione dell’uomo sovietico. È così che la Zatulovskaya approda a una radicale ascesi della materia.
Alla Galleria 200C di Venezia, sull’isola della Giudecca, la sua mostra personale Primavera Sacra, curata da Olga Strada e Anna Sartor, presenta l’esito di una residenza in laguna in cui questa ascesi si condensa in una predilezione per la stoffa, che diventa qui reagente primario.
Ma per comprendere l’opera di Zatulovskaya facciamo un passo indietro e abbandoniamo l’idea di superficie come “schermo” per iniziare invece a pensarla come “corpo”. Dagli anni ’80, l’artista ha infatti disertato la tela, percepita come un candore artificiale, un supporto eccessivamente “bello” e dunque moralmente inadatto a descrivere la ruvidità del reale. Si è rifugiata nel ferro arrugginito, nel legno di recupero, nel compensato e in altri materiali di scarto.
È qui che la sua ricerca interseca l’estetica Concettualismo moscovita, ma con una torsione mistica del tutto peculiare. Se per il movimento poverista italiano l’oggetto era energia pura, per Zatulovskaya è memoria silente: un universo dove l’eredità delle Avanguardie, il neoprimitivismo di Larionov e Goncharova e la tradizione russa dell’icona convivono su supporti privati della loro funzionalità originaria.
Per la mostra alla Galleria 200C si serve di tessuti di varia provenienza: frammenti di trame veneziane che diventano supporti di una pittura sintetica, quasi infantile nella sua precisione brutale. Il materiale povero non è più un limite, ma una condizione etica: adottando lo scarto, l’artista compie una scelta morale, obbligando lo spettatore a osservare la realtà attraverso il prisma della virtù e della verità, rifiutando la bellezza che non sia radicata nell’onestà della materia consumata dal tempo.
La Primavera Sacra di Zatulovskaya, pur nel titolo che evoca riti pagani e rinascite violente, non ha nulla di celebrativo; è piuttosto un’ostensione laica. Le opere, innervate da una visione intimamente religiosa dell’esistenza, non cercano la mimesi ma la sintesi estrema della forma primaria. In una città come Venezia, satura di stratificazioni storiche e spesso prigioniera della propria stessa immagine, il lavoro della Zatulovskaya agisce per sottrazione.
Come sottolineato da Anna Sartor: «Adottando lo scarto, Zatulovskaya non solo esprime la libertà di affrancarsi dalle forme che hanno già assolto il loro fine (le tele bianche), ma compie al contempo una scelta morale: non è tanto l’elemento estetico ad essere enfatizzato, quanto l’elemento etico a partire dal quale l’artista ci obbliga ad osservare la realtà attraverso il prisma della virtù e della verità, senza le quali la bellezza non è possibile».
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