Ancora una volta Volume! si conferma un significativo punto d’incontro nella scena artistica romana. Una certezza anche per le personalità che raccoglie attorno a sé e che, proprio in questi giorni, annuncia di farsi più incisiva con l’istituzione dell’omonima Fondazione.
Questa volta lo spazio ospita un artista fortemente atteso, Dennis Oppenheim (Electric City, Washington, 1938), con una mostra curata da Lorand Hegyi, direttore del Pan di Napoli, che volle l’americano tra gli artisti di The Giving Person, mostra d’apertura del museo partenopeo.
Oppenheim presenta un’installazione che è citazione del proprio passato artistico e continuazione del percorso intrapreso negli anni Ottanta. L’uso della macchina è visto come strumento per esperire un processo cognitivo che, ancora una volta, suggerisce un’analisi del rapporto uomo/ambiente, più volte affrontato dall’artista nella sua ampia ed eterogenea produzione. Il marchingegno, in questo caso, pur essendo una rivisitazione della storica Whirpool, opera degli anni Settanta, non si risolve in un’autocelebrazione quanto piuttosto in una coinvolgente evoluzione. Coinvolgente anche da un punto di vista fisico, stimolando un’intensa percezione plurisensoriale, come spesso accade nel lavoro di Oppenheim. La vista e l’olfatto sono protagonisti in un luogo in cui lo smarrimento procurato dai molti fumi conduce in una situazione quasi irreale, al limite della dimensione alternativa e dell’astrazione fisica dello spazio.
All’ingresso –e lungo il percorso– si sviluppano installazioni a parete, luminose e colorate, ma poi il fumo ed gli odori forti rendono sempre più difficile vedere e respirare man mano che ci si avvicina alla fonte –la macchina conica appunto– che come totem si pone al centro dell’ultima sala in un ambiente che, proprio per quell’allestimento centrale, ricorda vagamente una piazza.
Ma questa è un’agorà claustrofobica che spinge il visitatore verso la vera apertura, l’uscita dello spazio espositivo e il contesto urbano. Quello spazio pubblico che dagli anni Ottanta ha visto le istallazioni di Oppenheim che, dalla Land Art -passando per la Body Art e la performance– non ha mai abbandonato il punto cardine della sua ricerca.
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