Categorie: roma

fino al 20.IX.2010 | Stefania Fabrizi | Roma, Dora Diamanti

di - 28 Luglio 2010
“L’occhio compie il prodigio di aprire all’anima ciò
che non è anima, il felice dominio di cose e il loro dio, il sole
“, scrive Merleau-Ponty. La
visione (voyance),
vale a dire il raddoppiarsi del visibile nel vedente come per magia, secondo il
filosofo è la chiave per cogliere l’essenza del mondo.

In questa prospettiva, la pittura ha la funzione di
confondere i piani del reale e dell’immaginario, del visibile e dell’invisibile,
di rivelare la presenza di un’assenza temporale o spaziale in ciò che è
percepito come presenza. A noi osservatori è dato vedere attraverso i quadri, e non nei quadri, entrando in rapporto
diretto con l’occhio del pittore. Ecco allora che lo sguardo e-motivo di Stefania Fabrizi
(Roma, 1958) sulla società contemporanea è restituito al visibile e a
noi stessi, attraverso i segni tracciati dalla sua mano.

Un grafismo, quello dell’artista, che rimanda ai monocromi
di Sironi,
immediato e vibratile, scarno e potente, dal timbro antico e dal linguaggio
attuale. Emerge per contrasto dal nocciolo buio di fogli scorniciati, l’uno
accanto all’altro in simulata casualità, sulle pareti della galleria. La
vicendevole dipendenza delle opere e il loro reciproco avvolgersi, pur
mantenendo una plastica autonomia spaziale, producono un effetto spaesante,
enfatizzato dall’efficace allestimento.


Una variegata folla di eroi, supereroi e antieroi tratti
dalla cultura e dalla subcultura s’interseca, sottolineando tensione lirica e
generale senso di pessimismo, ma anche sotterranea fiducia nel potere salvifico
dell’arte. Personaggi mitici, leggendari, epici si mescolano a protagonisti di
film, di fumetti e di romanzi di fantascienza (è tratto da Un oscuro
scrutare
di
Philip K. Dick il titolo della mostra, Io sono l’occhio).

L’idea dell’occhio invisibile, del Panopticon o del Big Brother orwelliano, capace di vedere e
sorvegliare senza essere visto, è reiterata nel video al piano di sotto. Qui
affiora il timore che la tecnologia possa trasformarsi, e in alcuni casi si sia
già trasformata, in uno strumento di controllo e di manipolazione sociale. Per
raccontare le schizofrenie dell’oggi, l’artista mette in scena la polisemia
enigmatica della percezione nel suo contrapporsi: chiaro/scuro, luce/buio,
bene/male, sapere/ignoranza, con una visione ciclica del tempo di matrice nietzscheana, dove ogni istante ha in sé tutto il
suo senso e gli eventi sono destinati a ripetersi.


Qui, il futuribile androide dal distruttivo sguardo laser
(sorta di Balor del mito celtico) si sovrappone alla ieratica icona di Santa
Lucia orbata dalla vista. Se l’occhio simboleggia, infatti, la luce che alimenta
il fuoco sacro o l’intelligenza, e l’atto del vedere corrisponde all’azione
spirituale del comprendere, la cecità allude alla chiaroveggenza.

Infine, l’installazione collocata nelle Cantine B.O.X: un
lungo foglio di carta da spolvero calpestabile conduce verso l’immagine del
Mosè raggiante, metafora della rivelazione per via ultrasensibile. Anche
l’artista, suggerisce Fabrizi, “attraverso il processo creativo può farsi
veggente
”.

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dal 20 maggio al 20 settembre 2010

Stefania Fabrizi – Io sono l’occhio

a cura di Micòl Di Veroli

Dora Diamanti
Arte Contemporanea

Via del
Pellegrino, 60 (zona campo de’ Fiori) – 00186 Roma

Orario: da
lunedì a sabato ore 15.30-19.30

Ingresso
libero

Info: tel. +39
0668804574;
info@doradiamanti.it; www.doradiamanti.it

[exibart]

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