La personale di Chiara Dynys ritaglia un angolo dedicato alla contemplazione ed alla coscienza. Come una minuziosa scatola cinese gli elementi della mostra si sommano e si contengono con perfetto equilibrio. Dietro di sé è un’armonia di incastri e sovrapposizioni, fatta di spazi fisici e misurabili in cui s’innestano altrettanti spazi mentali, quelli che l’artista appende alle pareti.
Le opere – due lightbox e sette dipinti – sono costruzioni minimali di ambienti che rappresentano stanze quadrate attraverso l’uso di poche linee. La raffigurazione è sintetica ma non rigorosamente geometrica. La graffiatura delicata scivola con sottile incertezza sul fondo monocromo dai colori forti ma non eccessivamente invadenti. Lo spazio della mostra è sia fisico che mentale. E’ fisico perché il cubo che la contiene concretizza gli ambienti raffigurati ed idealmente praticabili, ed in secondo luogo è mentale perché non solo si appella alla coscienza, ma anche alla fantasia. Il vuoto non è una condizione angosciante ed insormontabile. C’è nell’assenza di cose e di oggetti un invito ludico a superare i limiti della visione per riempire i boxes secondo la fantasiosa discrezione dello spettatore. Chiara Dynys fa infatti nascere luoghi in cui tutto è potenzialmente possibile. Il vuoto di conseguenza è lo spazio che contiene pensieri o pulsioni ma che non necessariamente ha bisogno di essere riempito
Chi guarda si ritrova di fronte alla scelta di contemplare o riempire – in una accezione del tutto personale – la scatola che ha di fronte e nella quale si trova fisicamente. Lo spazio dietro di noi non è dunque soltanto uno spazio oggettivo, ma anche quello di un vissuto personale che l’artista non associa al passato. Piuttosto esso prende la forma di un contenitore di tracce e luoghi di passaggio non raggelati nella fissità della memoria, ma ancora pulsanti di vita.
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