Un sibilo pungente e fastidioso accoglie lo spettatore all’ingresso della galleria. È Il Marrano che spinge il Cosmo, gigantesca stella in plexiglas azionata da un compressore, prima tappa di un percorso che conduce alla scoperta di un cosmo luminoso, ricreato nell’ambiente espositivo. A susseguirsi sono suoni, luci e materiali diversi, convergenti verso un’unica forma, quella stellare.
Gilberto Zorio (Adorno Micca, Biella, 1944; vive a Torino) ridisegna l’ambiente nel segno dell’energia. Epicentro dell’esposizione sono i blocchi di gasbeton che formano una struttura a cinque punte (Torre Roma Stella), innestata nello spazio espositivo come fosse una “scultura spaziale”. Nel nucleo dell’astro, scie luminose realizzate con il fluoro si rendono visibili all’esterno solo tramite fessure che interrompono la continuità della parete. Ecco così che l’alternanza di elementi e materiali tanto diversi dà vita ad un tragitto singhiozzato, fatto di contrazioni intervallate da momenti di riposo. Ad incarnare perfettamente queste pulsazioni ecco l’opera Il respiro della stella, che racchiude anche la tensione strutturale generata dal cuoio accostato al ferro. Il tono favolistico dei titoli accompagna strutture primarie connotate da un vitalismo intrinseco, che rivela la natura processuale del fare artistico di Zorio.
Impossibile non cogliere il retaggio poverista nella scelta dei materiali: pelle, rame, alluminio, ma anche l’acciaio dei macchinari lasciato in bella vista, che ricorda da vicino le fiammelle ossidriche del collega Kounellis.
A richiamare invece la “guerriglia” auspicata da Celant ci pensano le note dell’Internazionale, eseguite con chitarra elettrica (alla maniera di Jimi Hendrix a Woodstock) e proiettate sulle pareti. Non è un caso d’altronde che la mostra dell’Arte Povera sia cronologicamente così vicina al celebre concerto americano, a caratterizzare un momento di grande fermento politico e culturale.
L’azione delle opere in mostra si gioca nell’arco di otto minuti, tempo stabilito dall’artista che, da regista, manovra l’apparizione delle sue stelle e i loro movimenti, trasformando la mostra in evento “da scoprire”, angolo dopo angolo. L’energia data dal moto e dalla luce mira ad un coinvolgimento sensoriale dello spettatore, e trova seguito nella varietà dei materiali utilizzati per i “quadri” situati a fine percorso, in cui l’immagine delle cinque punte si sgancia dal fondo per diventare tridimensionale pur rimanendo immobile.
Argentate, ramate, trasparenti, le stelle di Zorio creano un microcosmo governato da singolari alchimie che, a differenza di un cielo notturno, si configura come scenario da esperire più che da contemplare.
alessandra troncone
mostra visitata il 13 aprile 2007
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