Sempre crescente è l’interesse verso le nuove proposte artistiche provenienti dall’Celeste Impero. Dopo Chinart, esposizione terminata recentemente al MACRO al Mattatoio, anche il Festival Internazionale di Fotografia di Roma propone una mostra dedicata alla Cina.
Xing Danwen espone tre esempi tratti dalla serie Scroll A. Il nome deriva dalla tecnica utilizzata dall’artista, che stampa direttamente tutto il negativo creando un effetto di sfumato e fusione fra i vari scatti. Il risultato dà un’idea di continuità, di temporalità e quindi di memoria che scorre. Danwen, attraverso una tecnica manuale che pare estremamente innovativa, ma prende il suo nome dalla tradizione della pittura cinese, ritrae i momenti trascorsi dagli abitanti di Pechino sulle rive del lago Ho
Anche Han Lei offre un’immagine di legame col passato: i suoi reportage presso le comunità del nord della Cina -che cercano di vivere con le opportunità offerte dalla vicinanza alle reti ferroviarie- rimandano ad un mondo ormai passato, che rimane però inattaccabile, lontano dallo sfrenato progresso delle metropoli. La particolare atmosfera creata dal bianco e nero e dalla luce fredda della stagione invernale e nevosa rende le immagini sospese, fuori dal tempo.
Più sulla scia del reportage di tradizione occidentale appare l’opera di Tie Ying. Volti, attimi, momenti particolari, composizioni di figure colti sulla piazza simbolo di Tienanmen, al tramonto, nel momento dell’ammaina bandiera. Un raduno di forte
Gli scatti di Zhang Dali documentano invece la realizzazione di uno dei suoi calchi di volti di cinesi, di cui sono esposti alcuni esempi, ma sono soggetti privilegiati dell’artista anche i bambini, gli abitanti dei borghi alla periferia della città. Ritorna nell’opera di questo artista l’idea del volto senza identità, della serialità, dell’idea di massa indistinguibile, di comunità di uguali riuniti in un unico grande io, della ripetizione della medesima immagine – del resto lo stesso Zhang Dali ha fotografato teste di bambole accumulate – motivo ricorrente in molta arte contemporanea, che rappresenta uno degli elementi dello spirito cinese.
Infine la grandiosa Hug! Hug! dei trasgressivi Gao Brothers, una delle realtà più interessanti e provocatorie nell’ambito della Body Art . Quarantotto fotografie che raffigurano frammenti della stessa performance, ripetuta più volte dai due fratelli, sono state ricomposte in maniera sfalsata. I volontari, anche privi di indumenti, devono scegliere di abbracciare un compagno. La scelta ricade sempre sullo stesso sesso, simbolo evidente, non di omosessualità, ma di riluttanza culturale al contatto in pubblico. I Gao Brothers sembrano avere lo scopo di provocare una società ancora piena di tabù, in nome di una liberazione del corpo, della consapevolezza sessuale e di una utopica idea di unione.
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