Il movimento c’è anche quando il soggetto è apparentemente statico. Come la pianta di agave fotografata nel 1929 o quel dettaglio della coppa di vetro che fa venire in mente un’elica. Luci ed ombre si inseguono in un pattern quadrettato che confina con strisce diagonali di bianco e di nero: la giovane donna di Ragazza con la Leica (1934) non sembra essere che un pretesto.
Impossibile non rintracciare forme geometriche -in un equilibrio di incastri- nel lavoro di Alexander Rodchenko (San Pietroburgo, 1891- Mosca, 1956). Anche quando sono i corpi umani ad arcuarsi o tendersi nella sfida delle formule spazio/tempo/movimento. Lo sguardo dell’artista era decisamente affascinato dalle angolazioni meno prevedibili. Inquadrati dal basso -con la Leica acquistata nel ‘28- i balconi in successione, la scala, gli zoccoli dei purosangue che scalpitano sulla sabbia della pista davanti al pubblico di un ippodromo…
Tra i ritratti -tutti caratterizzati da una cifra anti convenzionale che non si è ossidata nel tempo- tre personaggi chiave per il pittore-fotografo-scultore-grafico russo: la madre, prima di tutto, in una fotografia del ‘24. Una data importante, questa, che segna la svolta artistica di Rodchenko: l’abbandono della pittura per la fotografia, passando per il fotomontaggio e con qualche interferenza con il cinema. Dello stesso anno il volto del poeta Vladimir Majakowskj -grande amico con cui condivise idee politiche e artistiche, entrambi fecero parte del LEF (il fronte della sinistra per l’arte) e del gruppo d’Ottobre- che guarda dritto negli occhi dello spettatore.
Infine la moglie Varvara Stepanova -anche lei nota esponente del Costruttivismo- il cui profilo -nella foto scattata nel 1928- è lo schermo su cui si proietta la luce filtrata attraverso una rete sottile.
Dopo Milano e Bologna Alexander Rodchenko. The Museum Series Portfolios e Alexander Rodchenko. Limited Editon Prints arrivano a Roma, provenienti dagli Archivi Rodchenko & Stepanova di Mosca. Due mostre parallele, quindi, proprio come nelle città che le hanno ospitate in precedenza, una presso lo Shenker Culture Club -ottantatre foto esposte fino al 28 settembre- e l’altra alla Galleria Valentina Moncada.
Nella galleria di Via Margutta sono venticinque gli scatti in bianco e nero, nei formati 18×24 e 20×30. Fotografie alla gelatina ai sali d’argento che appartengono al primo portfolio stampato dalle lastre originali. La tiratura limitata di 50 copie rappresenta un piatto ghiotto per il collezionista che può permettersi di pagare una cifra che oscilla tra i 4 e i 7000 euro al pezzo. La selezione abbraccia un periodo compreso tra il 1924 e il 1947. Ovvero gli anni della sperimentazione e di quella fase creativa che coincide con il fervore post rivoluzionario: il picco dei sogni di un mondo più giusto in cui anche la fotografia seppe dare il suo contributo sociale. Ma si sa, spesso la realtà inganna il sogno e l’illusione diventa utopia. Non resta che l’amarezza.
Lo stesso Rodchenko, accusato di essersi concentrato troppo sull’estetica a descapito del contenuto, dal 1933 fu “invitato” a dedicarsi esclusivamente alla fotografia di Stato. Negli ultimi quindici anni della sua vita smise definitivamente di fotografare per tornare al pennello e ai colori.
manuela de leonardis
mostra visitata il 4 giugno 2007
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