Con una formazione cosmopolita – l’infanzia in Iran, quattro anni di pittura all’Accademia di Roma, un anno di fotografia al Corcoran College of art di Washington e un anno di filosofia, sempre a Washington– Avish Khebrehzadeh (Teheran, 1969) quasi dieci anni dopo la sua prima mostra romana, con le sue opere ha fatto il giro del mondo: dalla Biennale di Instanbul a quella di Venezia, divenendo un’artista affermata a livello internazionale.
Già dalla fine degli anni ’90 nei suoi lavori -principalmente disegni su carta o videoanimati dominati dalla semplicità di immagini minimali– trova espressione una creatività leggera e naturale, riflessiva ma non elaborata, in cui le esperienze e la sensibilità personale si stemperano in una visione essenziale ed intimamente autentica della realtà. Khebrehzadeh lavora per lo più con l’impalpabilità della carta di riso, con l’olio d’oliva (che sparge sui fogli usato come colore per dare sensibilità al fondo) e con le resine creando immagini delicate, quasi a volte dei non finiti, figure umane appena accennate, animali, pochissimi oggetti, su ampie superfici tra il bianco e l’ocra.
In questa personale, oltre ai disegni, tre video proiezioni in cui il tratto lineare e sottile prende vita in brevi narrazioni poetiche: poesia che sempre per l’artista iraniana trae origine dalla riflessione e dalla memoria intima. Se infatti Backyard ci riporta alla sensazione di riposo e quieta protezione dei pomeriggi d’infanzia, Sweet child in time -video che dà il titolo all’esposizione- mostra una piccola figura intenta a suonare una ninna nanna accompagnata dal canto di una voce bianca e rievoca memorie sospese, in una dimensione inconscia fuori dallo spazio e dal tempo.
Ancora, A Swimm è realizzata proiettando su tre veli di stoffa trasparenti e impalpabili la figura di un uomo che attraversa l’oceano: il risultato è un’immagine unica ma mutevole, a più dimensioni, soggetta ai movimenti della luce e della stoffa, metafora simbolica del cambiamento e del passaggio. Avish Khebrehzadeh parla in un tono conosciuto, intimo, sommesso, attraverso l’uso di un linguaggio comune e non globale. Un idioma fatto di una primordiale purezza espressiva e disarmante semplicità, che non conosce confini culturali ma unisce discordanze e lontananze geografiche in un’ineffabile poesia visiva.
C’è infatti in questi lavori un ritorno ad un fare manuale quasi elementare che riecheggia la purezza infantile e una leggerezza che porta con sé la poesia delle immagini oniriche. Dalla scelta dei materiali al procedimento creativo, tutto rimanda ad una naturalezza e ad una raffinatezza raggiunta si direbbe “in assenza”: complice un’epurazione lontana dalla ridondanza materiale, dalla sofisticazione tecnologica e dalla rielaborazione sintetica dilagante nel contemporaneo ambiente visivo. L’arte diviene allora una sintesi tra spontaneità creativa e riflessione che fa quasi pensare alla meditata leggerezza orientale degli ideogrammi, questa volta infusa in un linguaggio figurativo. Con una sensibilità per lo spazio e il colore che è di chiara matrice mediterranea. Una semplicità che scava nell’intimo per giungere ad un’inconsistenza che non è vacuità, ma espressione di intensa leggerezza.
emilia jacobacci
mostra visitata il 4 febbraio 2005
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