Al sole fa caldo, molto caldo. A ricordarcelo, in questo inverno che è stato viceversa così freddo, ci pensa Massimo Uberti (Brescia, 1966; vive a Brescia), che nel titolo di questa sua personale cita proprio, per quello che la scienza è riuscita a saperne (K sta per Kelvin), la temperatura della luce solare. Quanto a vederselo comparire davanti agli occhi, il pianeta incandescente, eccolo nientemeno che in presa diretta, fotografato –mentre d’intorno, per contrasto, si fa notte fonda– in un banale specchietto retrovisore.
Ed è un sole tutto d’oro, geometrizzante, acciuffato con uno scatto sorprendentemente low-fi, che finisce per campeggiare in un buio sconfinato –il paradosso più duro è che la luce debba oscurare la realtà– come uno strano fanale volante. Un’immagine alla portata di tutti (a chi non è capitato, per il sole, di non riuscire a partire in retromarcia?) eppure in qualche modo memorabile, sorta di epifania minimal ma on the road, pezzo forte di questa mostra stringente fatta di pochi, calibratissimi colpi.
In un’altra foto lo stesso attimo accecante è riprodotto più volte, in circolo, fino a delineare la vertigine ferma e petulante di un sole decomposto ma ritrovato. D’altronde, tutto è circolare nell’opera di Uberti: oblò, planimetrie, persino parole.
Nel mezzo, a terra, delineando la ragnatela stilizzata di una moderna centralizzazione urbanistica, una pianta di Roma sembra evocare i sontuosi marmi colorati d’epoca imperiale. Strade o soltanto venature? Terra o, ancora una volta, luce? Più che un omaggio alla città, l’ennesima variante –anche qui in un nero assoluto, ritagliato attraverso un chiarore che sembra sostenere l’intera lastra– di un’indagine sul cerchio in quanto simbolo dei simboli.
Nella seconda sala dello spazio espositivo, sulla parete più grande, il neon di una sola, bellissima frase (“e domani nella battaglia pensa a me”), anch’essa in qualche modo oscillante. Parole di Shakespeare, nientemeno, recentemente riprese da un fortunato romanzo di Javier Marías. Con l’aggiunta apocrifa di quella “e” iniziale chiamata a diluirne la potenza espressiva, smussando spigoli e temperatura fino a farne –semplicemente– un saluto fatto di lettere tondeggianti. Tutt’altro che uno statement, dunque. Piuttosto, un arrivederci. Che si staglia là in fondo come uno strano titolo di coda. Sospeso tra luce e buio, una volta di più nel punto esatto dove l’ambiguità concettuale s’infittisce e, fatalmente, si umanizza.
pericle guaglianone
mostra vista il 10 marzo 2005
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