Degli oggetti che ritraggo non mi interessa il loro utilizzo, non penso a cosa essi servano. Penso che essi esistono nella mia vita. Tazzine, piatti, semplici bicchieri pieni di latte. Le opere di Carlo Benvenuto possono apparire a prima vista semplici, quasi banali. Ed in un certo senso potremmo dire che lo sono: d’altra parte Benvenuto non fa altro che fotografare gli oggetti che ha in casa. Eppure dietro quegli oggetti si nasconde un forte, enorme potere di attrazione. Dopo la prima, immediata consapevolezza della straordinaria abilità tecnica che caratterizza i lavori di questo giovane artista (fotografia tout court, banco ottico persino, senza alcun tipo di ritocco digitale), l’attenzione dell’osservatore punta su queste cose, suppellettili della casa dell’artista. Oggetti inanimati, anonimi, uguali a migliaia di altri, nobilitati forse solamente dall’essere stati scelti e fissati in un istante sospeso – come suggerisce
Ecco cosa fa Benvenuto. A ben guardare il bicchiere colmo di latte è lanciato in aria ed immortalato un istante prima di infrangersi a terra, perdendo tutto il suo contenuto… ed ancora, le gambe del tavolo con la tovaglia bianca sono state sostituite ad esili cappucci di penne a sfera, una leziosa tazzina ed il suo piattino rimangono pericolosamente in bilico sul bordo del tavolo… Nel divenire delle cose, Benvenuto isola un momento straordinariamente unico nella sua precarietà, e lo trasforma in un infinito presente.
Purtroppo la personale allestita in una delle Sale Panorama del MACRO lascia delusi. Solo tre lavori fotografici e due piccoli dipinti. Di cui francamente si è stentato a comprendere il ruolo. Dal Macro ci aspettava di più. Molto di più. (paola capata)
Ai tentativi qualche volta provocatori e più spesso destabilizzanti Christian
I Played This Tomorrow (2003) – opera presentata al MACRO, per una personale che non ci sembra perfettamente riuscita – è un breve film su un film che sta per essere girato. Un soggetto accattivante, che può vantare una serie piuttosto lunga di precedenti illustri. Al gioco di scatole cinesi e di realtà scoperchiate, Jankowski ha aggiunto qualche variabile, una sorta di divertissement che s’innesta nell’impianto rigoroso del film – nel – film. Gli attori li ha trovati per caso, alle porte di Cinecittà (e potete vedere il backstage – ovviamente fittizio – è l’altro video in mostra…);
Non ci ha convinto del tutto quest’ultimo lavoro di Jankowski, che ci sembra restare sospeso e un po’ indeciso tra l’incastro paradossale realtà / illusione ed un’incerta riflessione metalinguistica. A questo – e quasi a dispetto della vena dissacrante propria all’artista – fa da contrappunto una lievissima digressione poetica. E ci sembra sia perfetta la scena del dialogo tra la bambina e l’uomo che ha il volto coperto da un’enorme maschera di cartapesta. All’uomo – minotauro, la piccola sta raccontando una favola. I temi – ancora una volta – sono quelli dell’apparenza, della verità, della finzione. (mariacristina bastante)
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venire le doppie punte se quella non è la copertina di un disko dei pin floy...