Entrando nella galleria, quello che colpisce immediatamente sono i forti colori che si stagliano sulle pareti bianche. Rosso, arancione, blu, questi i toni delle tele solo apparentemente monocrome, rivestite di tubicini in pvc che intrecciandosi formano figure geometriche.
Da qui parte l’invito di Robert Gschwantner a partecipare alla sua opera.
Cambiando, infatti, la prospettiva da cui la si guarda ed aiutati dalla luce che penetra nelle trame, i disegni sembrano mutare e lo spettatore diviene elemento fondamentale dell’opera stessa, che così passa dalla staticità delle geometrie al movimento dell’occhio che le guarda.
Questa, la prima chiave di lettura dell’ultima produzione del giovane artista austriaco che riprende e sviluppa il suo precedente lavoro.
I tubicini di plastica, infatti, sono riempiti degli stessi oli chimici che Gschwantner aveva usato per riempire i tubicini dei suoi Tappeti, sculture a parete che richiamano le chiazze inquinanti frutto di disastri ecologici avvenuti in mare.
Da questa sorta di denuncia l’artista prende le mosse per affermare la possibilità di una creazione da e oltre la distruzione, per poi giungere, come mi racconta nel nostro breve incontro, ad una vera pittura, spinto dalla necessità di esprimersi sulla tela.
Così, la plastica, l’elemento tossico che vi scivola dentro e poi lo studio sui colori e le loro possibili combinazioni, il lavoro ottico sulle varie tonalità e sulla luce.
Così, la sua arte.
Sicuramente è interessante la ricerca di Gschwantner, la spinta ambientalista che incontra la pura ricerca sulla forma e il colore, peccato, però, che questa doppia chiave di lettura dell’opera per lo più sfugga allo sguardo del visitatore catturato dal gioco di geometrie e dall’effetto ottico che ne deriva.
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